Ultimo (o penultimo) tentativo di riallacciare i fili del dialogo a sinistra.

Articolo del 28 giugno 2019

Scrivo questo commento sperando lo leggano soprattutto quei miei contatti che si definiscono “di sinistra”; mentre io, invece, trovo più approprata per loro la definizione di “liberal”.
Orbene, se ciascuno – di qualsivoglia orientamento – provasse a congelare un attimo la polemica quotidiana contro la polarità ideologica che avversa, come apparirebbe oggi lo spazio del dibattito politico? Partiti e politici di professione a parte, in termini anche di composizione sociale e di segmenti di opinione pubblica, in che condizioni risulta essere messa questa nostra agorà lacerata dalla dicotomia “progressismo vs. populismo”?
Ecco, io direi che si stiano materializzando i seguenti fenomeni:

1) Il non riconoscimento democratico della polarità avversaria: fatto già palesatosi all’alba della Seconda Repubblica con l’avvento del berlusconismo ma che riguarda, ora, non solo partiti ed esponenti di partito, ma anche e soprattutto implica odio verso le basi elettorali, ovvero odio di parti intere di società nei confronti di altre parti.

2) Il venir meno d’una definizione condivisa di realtà: con la discussione sull’esistenza o meno di conseguenze sociali determinate dall’immigrazione da lavoro oppure, più in generale, con il tema delle “fake news” che innerva ogni punto dell’agenda politica, viene meno il concetto comune e condiviso di realtà e/o di reale.

3) L’autonomia della retorica: venendo meno una definizione condivisa di realtà, va da sé che il confronto pubblico e la dialettica politica abbiano oggi estromesso l’analisi – perché ci sia analisi, infatti, dovrebbero esserci dei “fatti” qualificati da tutti come tali – per lasciar spazio esclusivamente alla retorica. Di più: stiamo vivendo una fase che potremmo definire di “autonomia della retorica”. Questa branca dell’agire politico da sempre esistente, non soltanto sta oggi sostituendosi all’analisi, ma sta altresì rivendicando una sorta di primato cognitivo ed epistemologico: per molti, cioè, un’enunciazione retoricamente efficace coincide con l’efficacia della definizione di realtà.

4) La fine della mediazione e, quindi, della democrazia: se non ci sono riconoscimento democratico e definizione condivisa di realtà, se nella dialettica politica il piano retorico rivendica primazia e autosufficienza, il risultato finale non può che essere – come posssiamo osservare ogni giorno – il condurre il conflitto contro la polarità avversa entro la sfera dell’assolutismo morale; né più né meno di quanto da millenni avviene nell’ambito dei conflitti inter-religiosi. Questo significa che viene estromessa la mediazione dal campo della politica: anche solo come possibilità, anche e soprattutto in quanto paradigma. Dunque, assistiamo oggi al mantenimento formale degli strumenti della mediazione: parlamenti e costituzioni esistono ancora. Ma suddetti strumenti, oltre a essere stati negli ultimi decenni esautorati da un’ideologia – quella neoliberista – che enuncia la sottomissione delle istituzioni statali ai mercati sovranazionali, risultano oggi ininfluenti perché la dialettica politica e le polarità in cui si suddivide l’opinione pubblica, si muovono già de facto entro un contesto che è integralmente post-democratico.

Non scrivo questo per fare la parte della “anima bella”: nell’ambito della polarizzazione “progressismo vs. populismo”, io sono schierato con la base sociale del secondo, in quanto ritengo che tutti e quattro i punti sopra elencati abbiano precise connotazioni e precisi fattori causali inerenti alla divisione della società in classi.
Nondimeno, però, ritengo vada temperato il processo di fuoriuscita dal confronto democratico e, quindi, capisco che per far questo attribuire la colpa per questa situazione alla polarità avversaria non basta. Affinché si ristabilisca un minimo di dialettica democratica, cioè, non è sufficiente asupicare la sconfitta del Nemico: occorrre, anche, considerare la degenerazione logico-linguistica in corso come fenomeno antropologico e trasversale.
E dunque chiedo ai miei contatti della parte che avverso, ovvero quella liberal progressista: se il venir meno d’un quadro democratico condiviso spaventa anche voi, a parte l’affermare – com’è logico che sia da parte vostra – che “è tutta colpa di Salvini”, siete sicuri di stare facendo il possibile per scongiurare l’attuale deriva?