Sullo “scoprire” nostalgie o retaggi del fascismo dopo settant’anni.

Articolo del 27 dicembre 2019

Quand’avevo 14-15 anni, negli anni ’80, il 70% abbondante dei miei coetanei mi diceva “io so’ fascista”.
Quei teenager non avevano affatto chiaro cosa quella parola volesse dire, ma al contempo sembravano certi ch’essa risuonasse d’una qualificazione in qualche modo ribelle o anticonformista. E questo malgrado la città dove stavamo crescendo – Viterbo – non fosse mai stata di sinistra, anzi.
Forse, quel presunto senso “oppositivo” nel definirsi fascista, aveva in quei giovani una qualche confusa derivazione mnemomica dagli allora appena conclusi anni ’70, con egemonia culturale di sinistra al seguito. Chissà…
Sia come sia, penso che il fenomeno a cui ho assistito negli anni ’80 fra i miei coetanei teenager si rivelerà, retrospettivamente, davvero poca cosa in paragone a quello che si sta preparando in questi anni.
L’attuale “antifascismo” neoliberale (scritto tra virgolette perché io – che ho una biografia da antifascista militante comprensiva di scontro fisico coi militanti di estrema destra – non lo riconosco neppure lontanamente come tale), si presenta con una carica emergenzialista e isterica che “scopre”, come fossero fenomeni nuovi, consuetudini e assestamenti della memoria storica del fascismo, ivi compresa la memoria di quella minoritaria parte di popolazione che ha una concezione positiva del Ventennio.
E così, nel 2018, dopo settant’anni, improvvisamente il fronte neoliberale scopre che a Predappio si svolge annualmente un raduno di nostalgici del Duce. E a tale “scoperta”, subito, vengono attribuiti i crismi dell’emergenzialità.
Pochi anni prima, il dibattito pubblico era invece stato dirottato sulla “emergenza” di un obelisco con la scritta “Mussolini Dux”, a Roma vicino allo Stadio Flaminio, davanti al quale passano ogni giorno migliaia di persone.
Ho già scritto – e scriverò ancor di più in futuro – che l’obiettivo repressivo di questo “antifascismo” neoliberale non è affatto il neofascismo, bensì l’opposizione popolare alle politiche di austerità finanziaria e a qualsiasi ritorno d’una prospettiva socialista o marxista nella gestione dello Stato: il voto del Parlamento Europeo con cui, alcuni mesi fa, i liberali di destra e di sinistra hanno equiparato nazismo e comunismo, è solo la prima manifestazione palese di tale strategia. Il Telegiornale Rai che racconta come Auschwitz sia stata liberata dall’esercito americano anziché da quello sovietico, parimenti, potremmo definirlo come una seconda manifestazione.
Molte altre cose analoghe verranno fuori e, a quel punto, i liberali non potranno più mantenere la memoria storica dell’antifascismo e, al contempo, quella memoria del movimento operaio ch’essi ancora hanno in eredità per via della definizione di “sinistra”: per i liberali, quando l’anticomunismo si paleserà come unico e vero obiettivo dell’attuale e strumentale antifascismo, si determinerà all’orizzonte un passaggio estremamente complicato. Sta a ciascuno di noi impegnarsi a far sì che, dalla complicazione suddetta possa, per i liberali, discendere una sconfitta politico-ideologica.
Ma di questo, in altra circostanza.
Oggi, vediamo che l’emergenzialismo isterico dei liberali contro il fascismo, si articola lungo due assi d’azione: a) rompere gli equilibri consolidatisi dal Dopoguerra con la minoranza nostalgica della popolazione; b) rompere i retaggi sedimentatisi nella cultura e, per farlo, compromettere gli stessi principi liberali inerenti alla libertà d’espressione; vedi il recente caso dell’abolizione della Marcia di Radetzky dal concerto di capodanno a Vienna, dopo sessant’anni.
L’effetto che, sul lungo termine, quest’azione coercitiva verso gli equilibri sociali e la cultura possono determinare, ritengo rischino seriamente di essere un immenso spot promozionale per il neofascismo e per l’accrescimento del suo consenso popolare.
E a voler ragionare da complottisti, verrebbe da chiedersi se non possa esserci sotto sotto l’auspicio che le cose vadano effettivamente in questo modo.
In fin dei conti, i liberali da sempre si avvalgono di fascismo e neofascismo: se un secolo fa lo utilizzavano come manovalanza repressiva contro il movimento operaio, mentre oggi lo utilizzano come spauracchio per demonizzare le istanze anti-globalizzazione delle classi povere, possiamo forse definire questo come un cambiamento sostanziale o di principio?
Io direi di no.