Riflessioni teologiche al bar: da Giobbe a Francesco d’Assisi.

Articolo del 29 agosto 2019

Mentre stamattina prendevo il bombolone e il caffè al Bar Edera di Via Masia, mi sono sorte le seguenti riflessioni:
Nella conclusione epifanica del Libro di Giobbe nell’Antico Testamento, il protagonista esperisce un mistico excessus mentis volto alla contemplazione della natura. Quest’ultima viene recepita, però, come inconoscibile potenza e, quindi, come incommensurabile mistero.
Nel Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, invece, il medesimo excessus mentis è volto sempre alla contemplazione della natura, ma l’autore individua in quest’ultima una potenza ch’è decisamente qualificabile, ovvero una concatenazione affettiva, una forza d’amore che ne sostanzia i cicli di nascita e decadimento mortale.
Dunque, mi sorgono le seguenti domande:
1) Cos’è successo in quei 1.700 anni di tempo che separano un testo dall’altro? La risposta teologica so già che consta della Rivelazione, ma mi piacerebbe capire anche quali articolazioni questo cambiamento abbia materializzato nel pensiero filosofico e, specificamente, nella concezione della natura.
2) E’ davvero pensabile l’ipotesi di poter invertire l’attuale allontanamento dell’uomo dalla natura primaria – e il suo conseguente e progressivo sprofondare nella seconda natura generata dalla Tecnica – senza attribuire una nuova centralità al rapporto tra sensibile e sovrasensibile, tra finito e infinito? In altre parole, è davvero possibile occuparsi seriamente, oggi, di una qualsivoglia questione ambientale senza, al contempo, avversare la corrente dissoluzione del Sacro?