Recensione Joker n° 2: la profezia di un’insurrezione tragica.

Articolo del 12 ottobre 2019

Leggendo su facebook recensioni e commenti sul film Joker, due interventi mi hanno colpito in particolar modo: un mio contatto di idee sovraniste, ha definito Joker come un film per l’appunto “sovranista” attribuendo, ovviamente, una valenza positiva a tale qualificazione; un altro mio contatto, vicino invece alla sinistra nominalmente detta, ha definito Joker come un film “rossobruno” e, in questo caso, la qualificazione non era affatto da intendersi come positiva.
Dopo aver visto il film in questione, giudico entrambe le qualificazioni come forzate e imprecise, ovvero proiettanti sul film specifici aspetti dell’attualità ch’esso non ha trattato.
Eppure, pur avendo espresso forzatura nelle scelte di definizione, entrambe quelle qualificazioni mi pare abbiano, al contempo, intuito correttamente la sostanza del messaggio politico di fondo.

Tanto i sostenitori quanto gli avversatori di suddetto messaggio, innanzitutto, dovrebbero considerare che quella raccontata dal film di Todd Phillips è una tragedia. Non siamo di fronte a un’insurrezione contro lo status quo generante emancipazione: la classe dei perdenti, nel film, rimane perdente anche nel momento in cui si rivolta.
Siamo molto lontani, cioè, da certe recenti produzioni hollywoodiane di taglio marxista come l’ultima trilogia del Pianeta delle Scimmie o la saga The Purge: qui non c’è epos rivoluzionario, non ci sono didascalismi retorici e comizi, non c’è presa di coscienza nel senso politico dell’espressione.
L’insurrezione degli emarginati e dei perdenti è, in Joker, un atto tanto disperato quanto inevitabile. E il senso dell’inevitabilità, il compimento d’una scelta ch’è in realtà sovradeterminazione del fato, è esattamente quello che, da millenni, qualifica l’essenza del tragico in quanto tale.

Chiarito questo, però, neppure potremmo affermare di essere solo di fronte a un discorso generale sulla condizione umana e le sue invarianti: la critica al potere formulata da questo film – oltre che essere una critica marcatamente e inequivocabilmente di classe – muove contro quelle che sono le peculiarità dell’attuale fase storica e, in questo senso, anche il sottoscritto si pone quindi tra i sostenitori del suo messaggio.
L’attacco frontale al potere è, in Joker, attacco a una caratteristica di quest’ultimo che si è palesata più volte nella storia ma, almeno nella cosiddetta era contemporanea, mai quanto nell’ultimo decennio: la caratteristica in questione consta del fatto che le classi dominanti si pongano oggi come detentrici di una superiorità morale rispetto al resto della società.
Questa morale della classe al potere potremmo oggi definirla “politicamente corretto”, “ideologia liberal” o in altri modi ancora, ma il punto è che la rivolta contro il potere – nel momento in cui l’ideologia dominante si fa moralismo onnipervasivo – non può che sostanziarsi in rivolta contro la morale. E anche in questo – in questa rivolta ch’è sovradeterminata nelle sue forme disperate – risiede il portato altamente tragico del film.

Chi in questa società non si trova collocato in una posizione vincente, non può che provare – in quell’istante-climax del film che si svolge all’interno dello studio televisivo – un brivido di piacere pari a quello provato dal personaggio interpretato da Joaquin Phoenix.
Questo perché oggi assistiamo alla più paradossale delle distopie, a qualcosa che vent’anni fa non avremmo immaginato neppure nei momenti di più nero sconforto: la classe degli sfruttatori che accusa di “fascismo” la classe degli sfruttati.
E’ evidente che questo, presto o tardi, genererà una reazione che restituirà, agli sfruttatori, una violenza pari a quella da loro esercitata contro gli sfruttati attraverso l’uso ideologico del moralismo.
In altre parole, presto o tardi sapremo se Joker sarà stato, anche, un film tragicamente profetico.