Io e gli immigrati a teatro: solidarietà di classe e nient’altro.

Articolo del 16 dicembre 2019

Si è appena concluso il ciclo teatrale a episodi The Twilight Room, da me diretto e caratterizzato dalla presenza in scena di attori apprendisti che siano o siano stati senza dimora: due per ogni serata.
Senza che fosse stato pianificato, in quattro serate su cinque suddette persone hanno coinciso con un italiano e un immigrato.
Sono orgoglioso di quanto io e i mie partner di scena abbiamo fatto, per tre motivi.
1) In primo luogo, perché l’Amorevole Compagnia Pneumatica è e rimane uno dei pochissimi gruppi teatrali che, in Italia, affronta la tematica dell’esclusione sociale e del disagio adulto assumendone l’ampia e variegata composizione.
2) In secondo luogo, raccontando vicende autobiografiche reali di persone senza dimora attraverso la loro voce viva e diretta, si sensibilizza l’opinione pubblica su un fenomeno che non è affatto in diminuzione bensì in aumento.
3) In terzo e ultimo luogo, il fatto che a narrare tali vicende siano homeless sia italiani che immigrati, credo possa fornire un piccolo contributo al fine di ridurre il fenomeno della “guerra fra poveri”.

Quello che questo ciclo di spettacoli ha fatto, insomma, è stato esprimere un punto di vista solidale e di classe nei confronti di tutte le persone che si trovano escluse dalla società e del mercato del lavoro: che siano nate in Italia o meno.
In quanto regista appartenente alla componente sottoproletarizzata del ceto creativo-cognitivo nonché di nazionalità italiana, con questo lavoro ho insomma espresso solidarietà di classe agli immigrati.
Ma oltre alla solidarietà di classe, non ho espresso nient’altro.
Credo valga la pena sottolineare questo, perché la solidarietà di cui sopra implica due cose:
1) L’avversione totale verso quelle posizioni – che non sono tutte necessariamente razziste – attribuenti agli immigrati la responsabilità dei costi sociali dell’immigrazione.
Avversare l’utilizzo degli immigrati come capri espiatori, però, non significa affatto negare l’esistenza di suddetti costi sociali; né implica automaticamente il concordare con la prospettiva “no border”, ovvero con la prospettiva di deregolamentazione totale dei flussi migratori.
2) Esprimere solidarietà di classe a homeless immigrati e italiani in forma e in misura paritetiche, d’altro canto, significa che entro tale visione non possono sussistere proletari “di serie A” e “di serie B”.
Per quanto i diretti interessati possano negarlo con tutte le forze, infatti, mi sento di dover dire che il quadro prevalente presso i gruppi teatrali italiani che si occupano di temi sociali, presenti un approccio diverso e, a mio parere, anche abbastanza pericoloso. L’impressione, cioè, è che si attribuisca al proletariato immigrato un’importanza supplementare – anzi, non di rado esclusiva – rispetto a quello nativo. Inoltre, ravviso una tendenza – tradente il tipico punto di vista benestante dall’alto verso il basso – ad attribuire un’aura positiva e di mito a una dimensione esistenziale invero tragica com’è quella di chi si trova ad abbandonare la terra in cui è nato.

In sintesi, il lavoro dell’Amorevole Compagnia Pneumatica credo fornisca un piccolo argine al dilagare della guerra fra poveri.
Molte compagnie teatrali italiane che rispondono all’enunciato “prima gli italiani” con un enunciato opposto e speculare, invece, credo forniscano un contributo nel senso opposto.