Il modello emiliano al bivio: proseguirà l’erosione lenta o arriverà l’elefante nella cristalleria?

Premessa: da alcuni anni, non faccio dichiarazioni pubbliche di voto o di endorsement (fatta eccezione per le ultime elezioni regionali di Lazio e Umbria) e, quindi, le considerazioni che seguono non hanno implicazioni al di fuori dell’ambito analitico.

Nell’anno appena trascorso, ho preso a collaborare a Bologna con il Centro Sociale Giorgio Costa, noto anche come CostArena. In tale ambito, ho preso a seguire alcuni progetti svolti dai centri sociali del Quartiere Porto-Saragozza in collaborazione con gli enti locali e rivolti principalmente ai cittadini anziani.
Pur avendo sempre operato in prossimità di questo tipo di associazionismo, non mi era mai capitato, finora, di conoscerlo approfonditamente. Entrando nel merito del tipo di servizi sociali erogati e discutendo coi responsabili dei centri per anziani, ho potuto scorgere un aspetto più profondo del cosiddetto “modello emiliano”, ovvero la sua articolazione più quotidiana e micro-politica.
Senza voler indulgere in improprie mitizzazioni o voler misconoscere limiti e difetti di tale contesto, devo dire che ho avuto un’ulteriore conferma di quanto ampia e complessa sia stata l’opera riformatrice (un tempo si usava tale termine) del PCI durante la seconda metà del secolo scorso.
Posto che la produzione storiografica sull’argomento non manca di certo, da semplice neofita posso dire che l’approfondimento della conoscenza dell’associazionismo legato al territorio urbano mi ha permesso di percepire in modo più nitido, rispetto al modello emiliano, i seguenti aspetti:
a) l’esistenza di un connubio tanto complesso quanto efficace tra regolazionismo socialista e mutualismo associativo spontaneo; in altre parole, i creatori del modello emiliano compresero la proficua potenzialità di rapporto che poteva intercorrere tra sfera pubblica statale e sfera pubblica non statale e decisero, quindi, di fare di suddetto rapporto un “sistema”;
b) l’articolazione di tale sistema ai livelli territoriali di quartiere e di circondario, ha reso possibile il permanere d’un tessuto comunitario, cooperante e solidale fino ai giorni nostri, cioè fino al trionfo della cosiddetta società liquida e al venir meno del collante rappresentato dalle organizzazioni di massa; dinanzi alla dissoluzione sociale in corso, infatti, non saprei indicare elementi di resistenza e controtendenza che non siano le parrocchie e, per l’appunto, i centri di quartiere.
Naturalmente, esistono anche i lati oscuri: alcuni centri di quartiere sono gestiti in un’ottica di apertura inter-generazionale, mentre altri tendono a chiudersi su loro stessi. Inoltre, la sfera politico-partitica tende non di rado a invadere l’autonomia di questi contesti associativi.
Malgrado ciò, ritengo che soprattutto le realtà associative più piccole in termini di dimensione economica nonché maggiormente legate ai rapporti di prossimità fisica (territorio-quartiere), rendano visibile quanto ancora persiste della visione socialdemocratica e innovativa edificata dal PCI nel secolo scorso.

Il punto è che, nel momento stesso in cui si parla di elementi persistenti, si allude anche al fatto che questo modello politico-amministrativo stia venendo meno da diversi decenni e su più livelli.
Senza soffermarsi troppo sulle cause intrinsecamente locali, è difatti evidente che le scelte di politica nazionale degli ex-PCI – volte al sostegno pedissequo della globalizzazione finanziaria e degli indirizzi a essa congruenti imposti dall’apparato eurofederale – volgano alla distruzione totale di quanto costruito: vuoi per i continui tagli agli enti locali imposti dal Trattato di Stabilità europeo, vuoi per le ricadute territoriali delle scelte di privatizzazione nazionali, vuoi infine per la sottrazione agli enti locali del potere decisionale sul bilancio determinata dalla riforma del Governo Monti gli Articoli 117 e 119 della Costituzione.
Se a questo aggiungiamo le recenti aperture del PD locale ai progetti di autonomia differenziata promossi dalla Lega, ecco che anche un versante su cui poteva sussistere una differenza strategica – quello della lenta ma inesorabile privatizzazione del settore sanitario – viene pericolosamente meno.
Malgrado quanto detto, un’eventuale vittoria della Lega alle regionali dell’Emilia Romagna temo che comporterebbe – anziché quella lenta erosione del modello emiliano a cui stiamo assistendo da decenni – un approccio da “elefante in cristalleria”: cioè un approccio volto a destrutturare repentinamente le reti dell’associazionismo e che potrebbe avere, dunque, effetti negativi su quel tessuto territoriale e mutualistico che, oggi, rappresenta il solo e piccolo argine alla dissoluzione del sociale. In questo senso, considero quindi – in questo specifico caso – la vittoria dei liberisti “di destra” potenzialmente più perniciosa della conferma al potere dei liberisti “di sinistra”.

Questo, come già accennato in premessa, non è un invito a scegliere elettoralmente l’opzione “meno peggio” perché, come sopra argomentato, in ogni caso il modello emiliano è e rimane, in prospettiva, incompatibile con quella globalizzazione liberista su cui il centrosinistra italiano fonda, invece, la propria visione del mondo.
L’alternativa consta della costruzione a livello nazionale di un campo politico socialista e democratico che, in quanto tale, respinga quegli assiomi dell’ideologia globalista che vogliono sottomettere la società e le istituzioni alla razionalità strumentale dei “mercati”. Dunque, vadano come vadano le elezioni regionali emiliano-romagnole, ci vorranno molti anni perché una visione realmente incarnante il retaggio mutualistico-cooperante che fu del PCI possa di nuovo materializzarsi.