Governo Conte II: confesso che ho sbagliato.

Articolo del  3 ottobre 2019

Nell’immediato futuro, i neoliberali accuseranno di “fascismo” chiunque oserà opporsi a questo governo e a misure come quella al link sottostante. La previsione, semplicemente, nasce dal fatto che tutto questo si sta già in parte verificando.
Per quanto riguarda i programmi “anti-evasione” dell’attuale governo e soprattutto quello per l’abolizione del contante, gli intenti di aggressione al ceto medio e alle classi povere saranno supportati dalla campagna di criminalizzazione più intensa che uno stato abbia mai realizzato nei confronti della maggioranza della propria popolazione. Le campagne anti-kulaki di Stalin, al confronto, risulteranno sì molto più cruente, ma anche decisamente inferiori sul piano della proporzione demografica.
Del resto, siamo reduci da una fase in cui è stato definito “non umano” il 70% dell’elettorato italiano non votante a sinistra.
Dal governo Monti a oggi, la retorica dei governi del centrosinistra volge alla criminalizzazione popolare. Questo ha infatti portato i liberali a teorizzare – serenamente, come se nulla fosse – una futura restrizione del diritto di voto e, quindi, a esplicitare la continuità del progressismo odierno non già con quel “fascismo” sempre da esso evocato per stigmatizzare gli avversari bensì col fascismo vero, quello di Mussolini e di una Legge Acerbo che ridusse di circa tre milioni i cittadini aventi diritto al voto.

Dinanzi alle campagne criminalizzanti la maggioranza della popolazione che leggiamo su Repubblica e dintorni – sulle tasse, sull’uso del contante e così via – verrebbe da pensare che non dovrebbe essere troppo difficile avversare una politica che è espressione degli interessi d’una classe minoritaria.
Invece, affidarsi agli interessi materiali della maggioranza per spostare i rapporti di forza, oggi come oggi potrebbe risultare velleitario: la sproporzione espressa da suddetti rapporti di forza – controllo pressoché totale, da parte dei neoliberali, di media, istituzioni, sindacati, associazioni di categoria e produzione culturale – rende il conflitto politico quasi impraticabile.
O meglio, non esiste più conflitto politico: esiste la politica neoliberale e, a seguire, la potenza di fuoco del flusso d’informazione mainstream, pronta a spargere campagne di criminalizzazione retorico-morale verso chiunque dissenta e dunque, se necessario, verso la società intera.
Se qualcuno pensa di riuscire a svolgere vittoriosamente questo scontro, allora mi dovrebbe spiegare, in concreto, come si possa bypassare la sproporzione dei rapporti di forza sopra descritta.

Chi come me, un anno fa, pur non riponendo fiducia alcuna nel M5S e nella Lega, aveva visto in quell’elettorato “populista” un blocco sociale esprimente – in modo confuso ma netto – repulsione verso l’ideologia liberista-globalista, si era sbagliato di grosso.
Infatti, a distanza di appena un anno, il dibattito pubblico non s’interroga più sulle problematiche della spesa pubblica in termini alternativi al taglio indiscriminato, non s’interroga più su un’idea d’Europa diversa dal progetto imperialista dello stato unico. Il fatto che il governo gialloverde fosse la risposta del tutto inadeguata a una trasformazione socio-culturale comunque avviata, era poco più che una nostra proiezione: lo dimostra l’attuale recupero pieno e totalizzante dell’egemonia da parte della narrazione neoliberale.
Tutto questo sta a significare che la rigenerazione del pensiero politico e della strategia di classe ai fini della sovranità popolare e della giustizia sociale, deve darsi un piano programmatico della durata non già di anni, bensì di decenni.