Elezioni inglesi: la futura e necessaria solitudine del socialismo, verso l’Europa delle Costituzioni.

Articolo del 13 dicembre 2019

Non sono d’accordo con quegli amici che, avversando come me l’Unione Europea, si rallegrano del risultato elettorale in Inghilterra. Quest’ultimo, infatti, ritengo sia stato un risultato sì inevitabile, ma oltremodo tragico.
Fu proprio in Inghilterra che, quarant’anni fa, si avviò la controrivoluzione neoliberista tutt’ora in corso in ogni paese occidentale. Dopo quarant’anni di abbattimento progressivo di tutte le conquiste sociali realizzate dal movimento operaio nel corso del XX secolo, il programma di Jeremy Corbyn ha rappresentato una parziale inversione di tendenza.
Non dico ch’esso, in caso di vittoria, avrebbe implicato un cambiamento strutturale, poiché ciò sarebbe impossibile entro i parametri dell’Unione Europea. Ma avrebbe forse potuto compiere piccoli atti simbolici su spesa pubblica e welfare, in grado di mettere in crisi l’egemonia ideologica del neoliberalismo e delle sue categorie, con conseguenze nel resto d’Europa proprio come fu per la controrivoluzione thatcheriana.

Il fatto che il popolo inglese abbia scelto, invece, un partito neoliberista di destra ma proiettato sulla dimensione nazionale, è stato da una parte inevitabile: l’Unione Europea – fatta eccezione per una minoranza agiata o che comunque aspira a rientrare nel segmento sociale vincente della globalizzazione – è un’istituzione la cui stessa esistenza costituisce un attentato permanente alle condizioni di vita materiale delle classi povere e del ceto medio.
D’altro canto, però, è stato tragicamente confermato ancora una volta come l’unica alternativa all’estremismo globalista elettoralmente in piedi, oggi, sia il neoliberismo di destra in salsa nazionale: dunque, un’alternativa di facciata, un palliativo, al massimo un rallentamento, una sorta di riposizionamento strategico d’una parte delle classi che dominano la società e l’economia.

Ad ogni modo, se oggi una possibile alternativa socialista è stata spazzata via, lo dobbiamo all’abbraccio mortale e indissolubile tra la categoria “sinistra” e l’eurofederalismo.
Ritengo che questo sancisca due cose:

1) Come dice il filosofo Jean Claude Michea, l’alleanza lunga due secoli fra borghesia progressista e working class – che ha sostanziato la categoria “sinistra” – è oggi esaurita. Dunque, i marxisti e i socialisti non possono sperare di ottenere il consenso delle classi povere e, al contempo, aderire alle visioni di governance globale dei liberali.
La fine della storica alleanza tra proletariato e liberalismo progressista, insomma, sancisce la fine del concetto stesso di “sinistra”.

2) Chi persegue una prospettiva socialista, deve farla finita una volta per tutte con l’eurofederalismo, denunciandone la valenza idealistica, estremista, nonché scollegata dagli interessi materiali della maggioranza della popolazione.
Occorre ricordare che, prima del Manifesto di Ventotene, la prospettiva di stato unico europeo fu sostenuta da Napoleone e Hitler.
Occorre ricordare altresì che, dal Dopoguerra fino agli anni ’80, tutti i partiti comunisti e buona parte di quelli socialisti del continente, erano nettamente contrari all’idea di stato unico europeo, giudicandola imperialista nonché conforme agli interessi del grande capitale sovranazionale.
Una visione nuovamente internazionalista dell’Europa, non può lasciare alcuno spiraglio all’idea di stato unico, né può proporre ammiccamenti in quella direzione come, per esempio, la federalizzazione del debito.
Un’idea internazionalista dell’Europa deve richiamarsi, invece, ai valori della Primavera dei Popoli del 1848, quando tutti i popoli europei lottavano contemporaneamente per ottenere le Costituzioni – e quindi la sovranità popolare e quindi la sovranità nazionale – ma ciascuno per la propria Costituzione e ciascuno per il proprio paese.

Dinanzi alla superstizione imperiale dello stato unico, bisogna reimparare che l’unica “Europa unita” possibile, oggi come ieri, è l’Europa che sa pensarsi come pluralità, che sa immaginarsi come EUROPA DELLE COSTITUZIONI.
Per tutte queste ragioni, la prospettiva socialista dev’essere oggi parimenti avversa al globalismo della sinistra e al neoliberismo nazionale della destra.
La prospettiva socialista e costituzionalista, oggi, deve risultare irriducibile alle rappresentazioni dualistiche e polarizzanti del dibattito pubblico, ovvero dev’essere una prospettiva a cui si presenti un percorso lungo, di necessaria solitudine.