Elezioni in Umbria: riflessioni di uno zerovirgolista

Articolo del 29 ottobre 2019

Ieri, con un tweet, l’economista nonché senatore della Lega Alberto Bagnai ha commentato in modo irridente il risultato della candidata Martina Carletti di Riconquistare l’Italia alle elezioni umbre, definendo i sostenitori della medesima come “zerovirgolisti”.
Il risultato di Martina – che io pure ho sostenuto attivamente, pur non essendo residente in Umbria – è stato dello 0,2%, pari a 900 voti e qualcosa.
Bene, ritengo allora opportuno chiarire meglio quali siano le basi teoriche e strategiche di suddetta prospettiva “zerovirgolista”; in modo che si possa anche dissentire da essa ma, perlomeno, sapendo di cosa si sta parlando.

1) Il punto iniziale da cui partire, consta del fatto che viviamo da quarant’anni – nei paesi del cosiddetto occidente – sotto un’ideologia neoliberale che ha egemonizzato i partiti politici, l’opinione pubblica, i media e un po’ tutti gli apparati di stato. Questo implica il fatto che la costruzione di un’alternativa potrebbe, a partire da oggi, richiedere decenni di tempo.
Quando Leo Strauss e altri teorici conservatori americani, negli anni ’50, iniziarono a progettare teoricamente una riscossa liberale contro una prospettiva socialista ch’era allora parizialmente egemone, ci vollero trent’anni – ovvero ci volle l’avvento di Ronald Reagan e Margareth Thatcher al potere – perché tale visione si tramutasse in un materiale ribaltamento dei rapporti di forza.
Oggi, a parti invertite, la prospettiva di chi si pone in alternativa al pensiero neoliberale si staglia su un orizzonte temporale non meno ampio.

2) Altro aspetto cruciale, riguarda il fatto che il liberalismo occidentale – sia come ideologia che come sistema socio-economico – ha subìto una trasformazione in senso estremista: nel Novecento, cioè, il liberalismo è stato caratterizzato dalla mediazione e dai compromessi fra le classi sociali, ma oggi questo non risulta più possibile. Oggi, quella stessa area sociale e politica che è stata nel secolo scorso alleata del movimento operaio – la borghesia progressista – è completamente allineata con la prospettiva ultra-liberista di distruggere tutti i compromessi fra le classi sanciti nel corso del XX secolo.
La rottura del principio di mediazione sociale, quindi, reca con sé l’oggettiva impossibilità del riformismo e lo svuotamento di qualsivoglia prospettiva “entrista” all’interno dei partiti di massa. Suddetto svuotamento riguarda tanto una prospettiva come quella da me praticata a sinistra – ovvero dentro al PD – agli inizi di questo decennio, quanto quella oggi praticata a destra dal buon Bagnai.
In sintesi, la rottura della mediazione e la conseguente impossibilità del rformismo fanno sì che, in questa fase storica, ritorni a essere cruciale il ruolo delle piccole avanguardie.

3) Una prospettiva politica d’alternativa stagliata su un orizzonte lungo decenni, unitamente al ritorno alla centralità delle piccole avanguardie, fanno sì che la misurazione dei risultati politici, oggi, debba essere profondamente diversa dalla mera lettura di dati immediatamente numerabili quali le percentuali elettorali.
Su queste basi, infatti, la misurazione del successo politico riguarda soprattutto il progressivo svilupparsi dell’articolazione organizzativa e territoriale dell’avanguardia; il suo essere conosciuta da un numero crescente di persone; l’incremento della sua presenza negli organi di informazione; la crescita numerica dei suoi attivisti e simpatizzanti.
Ebbene, se considerata sulla base di questi risultati propri di un’avanguardia in questa fase storica, i risultati ottenuti dalla campagna elettorale di Martina Carletti indicano chiaramente elementi di rafforzamento, di crescita e, quindi, di successo. Dunque, con buona pace di Bagnai e di tanti teorici improvvisati del “voto utile”, in questo senso mi sento personalmente soddisfatto del fatto d’aver sostenuto una sì eccellente candidata.

Quanto detto, però, non implica che non vi siano per il futuro rischi e problemi.
E’ certamente vero che le piccole avanguardie sono tornate a essere centrali e che, in Europa, molte formazioni definite “populiste” hanno ottenuto, col tempo, un consenso elettorale di massa partendo dalla condizione “zerovirgolista”.
Ma è altrettanto vero che vi sono un’infinità di partitini – tanto rossi quanto neri – che nel corso dei decenni sono rimasti saldamente ancorati a percentuali minime nonché a un ruolo meramente testimoniale.
Inoltre, la prospettiva lunga decenni a cui si accennava sopra, deve comunque implicare passaggi progressivi di rafforzamento giacché, nel frattempo, il fronte neoliberale procede promuovendo trasformazioni che si propongono l’obiettivo dell’irreversibilità.
Pertanto, io credo che la prospettiva socialista e democratica di alternativa al neoliberalismo debba cominciare, all’interno delle sue forme organizzate, a imparare a pensare due linee strategiche contemporaneamente: lo sviluppo delle singole organizzazioni e la dinamica coalizionale fra di esse. Ovvero ragionare non già di fusione, non già di misticheggianti fasi costituenti – ché oggi non risulterebbero comunque possibili – bensì di coalizione fra strutture diverse e ben distinte.
Andando più sullo specifico, io ritengo d’essere una delle persone che maggiormente, in Italia, si è spesa per incrementare l’ambito di collaborazione fra il FSI – Fronte Sovranista Italiano (a cui sono iscritto ormai da diversi anni) e l’area marxista-sovranista di Nuova Direzione. Negli ultimi due anni, infatti, sono stato fra gli artefici di ben otto iniziative congiunte delle due organizzazioni a Bologna, Ravenna, Parma, Milano e Roma. Ritengo che il prossimo futuro implichi la necessità – certamente non scevra di grosse complicazioni – di sviluppare l’attuale rapporto di collaborazione nel senso d’una dinamica gradualmente ma progressivamente coalizionale. Nei prossimi giorni, non appena avrò il tempo, spiegherò come e perché io ritenga tale prospettiva materialmente praticabile.