Il concetto di autonomia operaia al tempo dei gilet gialli

Il presente intervento, rappresenta uno sviluppo d’un mio precedente articolo, scritto esattamente un anno fa e intitolato Il concetto di autonomia operaia al tempo del populismo.

Come simbolizzato nella foto a fianco, la dicotomia del nostro tempo non è più quella destra-sinistra bensì quella classe-capitale.
Chi la pensa diversamente e pretende di poter ancora attribuire alla sinistra la difesa della working class, nella maggior parte dei casi non fa parte di quest’ultima né la frequenta.
La classe lavoratrice non è mai stata rappresentata dalla destra, ma la novità consta del fatto ch’essa non sia più rappresentata, oggi, nemmeno dalla sinistra: e il motivo è filosofico, prima che politico. Infatti non si pone, oggi, il problema dell’esistenza di una “falsa sinistra”, bensì quello di un’irreversibile rottura etico-cognitiva tra proletariato e sinistra propriamente detta.
Prendiamo un motto indubbiamente di sinistra come “porti aperti come i nostri culi”: in questo slancio di apertura incondizionata, si palesa la sicurezza vitalistica di chi non avverte un bisogno di protezione sociale, di chi separa nettamente il principio di emancipazione da quello di protezione.
Questo si è potuto verificare perché – come dice il filosofo Jean-Claude Michéa – si sono esaurite le ragioni di quell’alleanza tra borghesia progressista e proletariato, stipulata due secoli fa contro l’ancien régime e contro i suoi addentellati di tradizionalismo, confessionalismo e patriarcato.
La borghesia progressista, rotta quella temporanea saldatura strategica col movimento operaio, oggi rigetta dunque il concetto stesso di protezione sociale e pone l’orizzonte della modernizzazione fine a se stessa, il paradigma nomadico, lo sradicamento e la non-appartenenza come prospettive di emancipazione. In questo senso, potremmo dire che “porti aperti come i nostri culi” è uno slogan che presenta una profondità filosofica e una puntualità storica maggiori di quanto i suoi stessi ideatori potrebbero aver pensato: si tratta, però, di una pertinenza col proprio tempo che segna, al contempo, l’adesione pedissequa ai segmenti sociali privilegiati o comunque vincenti, nonché una rotta di collisione frontale col principio di protezione sociale e, quindi, con le classi povere.

Queste ultime, dunque, non sono rappresentate da destra e sinistra e, di conseguenza, se ne potrebbe attestare una debolezza ch’è determinata dalla solitudine.
Il che è vero, però, soltanto in parte giacché la solitudine è anche un prerequisito di autonomia. E l’autonomia operaia coincide esattamente con quel momento in cui la classe, pur essendo parte organica del processo di produzione e riproduzione sociale, si assegna – come scriveva nel ’65 Mario Tronti – un differente destino, sceglie per sé e per il mondo una nuova teleologia.

In un’epoca in cui la politica è avvolta da un processo di polarizzazione ideologica i cui tratti sono sempre più pervasivi quanto irrazionali, impregnati di moralismi e retoriche incrociate, il manifestarsi di un movimento di lavoratori autonomo come i gilet gialli – che produce una piattaforma rivendicativa in 40 punti contenente, in netta prevalenza, istanze di classe irriducibili al dibattito politico-mediatico – significa anche e soprattutto l’accendersi d’un barlume di razionalità nel caos. La classe, cioè, vivendo materialmente e fisicamente dentro la contraddizione, sottrae il discorso politico alle fumisterie sovrastrutturali e semiologiche, alla barbarie della retorica moralista, per ricondurlo al piano irriducibilmente materiale e razionale della struttura socio-economica e dei suoi rapporti di potere.
Una politica di classe, oggi, deve fornire all’autonomia operaia strumenti di organizzazione e propagandare il senso dell’organizzazione stessa: infatti, è necessario demistificare certe concezioni – purtroppo diffuse tra i lavoratori – che attribuiscono all’assemblearismo e alla cosiddetta democrazia diretta una sorta di valore messianico.
Ma il cercare di superare questi limiti logistici e ideologici, va fatto con la pari consapevolezza del fatto che è solo la classe – nella sua autonomia di soggetto collettivo-concatenato-cooperante all’interno delle relazioni produttive e per ciò stesso autonomo dalla sfera della politica – a poter determinare una corretta strategia, una puntuale agenda, un antagonismo pieno tanto nei confronti delle distrazioni tematiche e dei capri espiatori proposti dalla destra, tanto nei confronti degli interessi delle classi benestanti o affluenti che sono oggi rappresentate dalla sinistra.
Fuori dall’autonomia operaia e dalla sua intelligenza determinata dal saper esprimere direttamente i nessi problematici dei rapporti di produzione, c’è solo il circo dell’agenda mass-mediatica con le sue polarizzazioni, le sue vuote retoriche e i suoi irrazionalismi.

Tutto questo implica altresì il porsi in modo netto – cioè nettamente schierato con gli interessi di classe – anche in rapporto a quella che è la novità specifica di questa fase: il conflitto di classe giocato sui movimenti di massa.
La comprensione storica e quindi la sussunzione del ’68 da parte del Capitale, le rivoluzioni liberali dell’Europa dell’Est nell’89 e poi, a seguire, le rivoluzioni colorate: oltre trent’anni di “uso capitalistico della rivoluzione”, fanno sì che lo scontro si giochi ora su questo terreno della mobilitazione sociale e in misura tutt’altro che secondaria.
Per tornare alla foto di cui sopra, mentre sto scrivendo quest’intervento i siti d’informazione riportano con ampio spazio della manifestazione anti-Brexit a Londra e del 19° sabato di protesta a Parigi. Parimenti, la dialettica politica italiana, quella degli Stati Uniti e di quasi tutti i paesi occidentali, è contrassegnata da movimentismi contrapposti che la narrazione mediatica qualifica come esprimenti rispettivamente il paradigma progressista e quello populista. Fuori dalle mistificazioni ideologico-narrative della sfera politico-mediatica, però, l’unica contrapposizione che invece risalta fra queste piazze è quella inerente alla composizione di classe.
Molte persone e organizzazioni della sinistra di formazione marxista, si pongono attualmente in termini equidistanti da questi movimenti contrapposti: come se la forma-movimento implicasse ancora oggi – in sé – una qualche valenza anti-sistemica. Invece, questa valenza oggi non può essere ricondotta ad alcuna forma in quanto tale: l’unico criterio di giudizio per schierarsi con questo o quel movimento, quindi, è ormai l’analisi della sua composizione di classe nonché l’autonomia di classe ch’è ravvisabile nelle sue azioni e rivendicazioni.