La sinistra liberal-progressista e le sue tre alternative di decesso politico

(Premessa: questo post nasce dal desiderio di capire come funziona una certa cosa – in questo caso una cultura politica. Non c’è alcun interesse, da parte mia, a ripetere considerazioni etico-morali rispetto alle quali tutto quello che c’era da dire è ormai stato detto e ri-detto un milione di volte. Nella fattispecie, non m’interessa in alcun modo stabilire, per l’ambito qui analizzato e per le figure sotto menzionate, la vigenza di buona fede o di strumentalità. Mi interessa, semplicemente, comprendere il nodo strategico dal punto di vista del soggetto collettivo preso in esame. Nient’altro.)

Due giorni fa, Massimo D’Alema ha dichiarato che la nuova leadership del PD dovrebbe “avere il coraggio di aprire una riflessione critica su questi anni”, che “sarebbe un suicidio per la sinistra convergere in un’ammucchiata con tutti quelli che difendono l’Europa così com’è contro la barbarie sovranista”, che il male d’orgine non è il sovranismo bensì “l’egemonia neoliberista”. Con queste dichiarazioni, si palesa il bivio che – teoricamente – si profila all’orizzonte della sinistra liberale nel tentare di rilanciarsi.
Indipendentemente dalle reali scelte sul terreno sociale ed economico, infatti, in campo liberal-progressista si stanno profilando due linee incompatibili sul versante della strategia di comunicazione di massa: vi è una linea auto-critica (rappresentata, oltre che da D’Alema, dal candidato alla segreteria Nicola Zingaretti) e una linea a varie gradazioni identitaria nonché rivendicante tutto il percorso degli ultimi anni (rappresentata dagli altri due candidati alla segreteria, Maurizio Martina e Roberto Giachetti). Poi, ci sarebbe il caso di Carlo Calenda che però risulta fuori dalla presente classificazione a causa del livello intellettuale del protagonista, davvero al di sotto d’una media che sarebbe già molto bassa di suo: parliamo di un personaggio, infatti, che enuncia l’anti-sovranismo come base della propria piattaforma politica per poi, subito dopo, aggiungere che lo stato-nazione deve riassumere centralità.

Comunque vada il congresso del PD e comunque vadano le sorti dei partitini alla sua sinistra, ritengo pressoché ineluttabile che vinca la seconda posizione, cioè quella indisposta a qualsivoglia autocritica e pienamente rivendicazionista rispetto alla linea politica che ha portato il PD dal 39 al 17%. I motivi che rendono quest’ipotesi ineluttabile sono tre:
a) la sinistra riformista vive, dalla fine degli anni ’70, in una condizione di subordinazione ideologica, di dipendenza strategica e, pertanto, di sudditanza politica, rispetto alle aree liberali che compongono la classe dirigente dei vari apparati dello Stato e delle grandi imprese; nella presente situazione di debolezza dei partiti di sinistra, in poche parole, più che mai è e sarà il quotidiano Repubblica a dettare la linea; come stiamo vedendo quotidianamente, tutti i fattori di criticità del pensiero liberal-progressista, vengono dal quotidiano di Scalfari rilanciati ed estremizzati: la linea deregolazionista sui flussi migratori, la sottomissione agli indirizzi economici della Commissione Europea, la pedissequità assoluta nei confronti degli indirizzi militari Nato-statunintesi, il primato dei diritti civili sui diritti sociali, il razzismo di classe verso l’elettorato dei partiti avversari e, dunque, verso i ceti disagiati e poveri;
b) anche se D’Alema e Zingaretti fossero in completa buona fede nell’enunciare una volontà di rottura con la dottrina neoliberista, all’atto pratico subordinerebbero sempre e comunque questa volontà alla necessità di unità a sinistra; questo aspetto di considerare il concetto di sinistra prioritario rispetto alla reale alternativa al neoliberismo, è molto radicato anche presso l’opinione pubblica progressista e rende ineffettuale e velleitario in partenza qualsivoglia discorso di alternativa sistemica possa emergere in quell’area; detta brutalmente, se davvero si volesse un’alternativa al neoliberismo, bisognerebbe creare una coalizione politica all’interno della quale i neoliberisti non siano presenti; questa coalizione, evidentemente, da trent’anni almeno non può più essere la sinistra;
c) infine, non va sottovalutata la trasformazione culturale avvenuta nella base della sinistra riformista, ovvero i cambiamenti profondi intercorsi presso gli iscritti PD e presso i lettori abituali di Repubblica; stiamo parlando di persone che, diciassette anni fa, erano in piazza con cartelli recanti la scritta “giù le mani dall’articolo 18” e che, in questa fase, hanno invece applaudito sentitamente governi che l’articolo 18 l’hanno soppresso in via definitiva; la trasformazione valoriale di questo ceto borghese e perlopiù benestante che costituisce, oggi, lo zoccolo duro di consenso alla sinistra riformista, è peraltro ravvisabile nel disprezzo e nel risentimento espressi verso operai e disoccupati, nell’innumerabile mole di dichiarazioni via twitter o facebook contro il suffragio universale.

In breve, per tutte le ragioni sopra indicate, la “vera” linea politica della sinistra liberale – quella che, comunque vada, risulterà sul lungo termine egemone – non è detenuta affatto dal PD bensì dalla formazione estremista +Europa di Emma Bonino: abbattimento dell’economia pubblica e di ogni forma residuale di welfare, distruzione della sovranità costituzionale e di ogni forma di controllo sulle scelte economiche da parte degli organismi elettivi, completo asservimento militare agli Stati Uniti, deregulation iper-liberista dei flussi migratori.
Il problema è che con questa linea politica, ritenuta “quella giusta” dalla maggioranza dell’opinione pubblica progressista, la sinistra rischia di scendere sotto il 10%. Posto, dunque, che un cambio reale di linea in senso neo-socialista non è soggettivamente né oggettivamente possibile per i liberali, si profilano per loro tre ipotesi che corrispondono altresì a tre possibili forme di decesso politico, ovvero a tre modi diversi di concludere ingloriosamente la propria vicenda storica:
a) rivendicare ciò che si ritiene “giusto” fino all’autodistruzione elettorale; i precedenti, in questo senso, non mancano: Pasok, PSF e, in parte, anche SPD;
b) puntare all’ammucchiata “anti-sovranista”, ovvero allearsi con Forza Italia;
c) far nascere un nuovo partito-azienda, recante elementi di marketing all’insegna del “nuovo” e della “anti-politica”, in grado d’intercettare elettoralmente parte dell’elettorato populista, come En Marche di Emmanuel Macron.