Marxisti e populisti: lineamenti strategici d’una futura e necessaria alleanza

Due piccole iniziative, fra marxisti e populisti
Oggi, domenica 30 settembre, a Montalto in provincia di Viterbo, si svolgerà un dibattito sul futuro del continente europeo fra il presidente del Fronte Sovranista Italiano Stefano D’Andrea e il leader di Patria e Costituzione Stefano Fassina.
Venerdì 12 ottobre, a Bologna presso il CostArena, si svolgerà un evento politico-culturale – al quale mi onorerò di dare il mio apporto in qualità di teatrante, ovvero col varietà Dugongo Show – promosso di nuovo dal Fronte Sovranista Italiano e da Rinascita!, la formazione marxista-sovranista creata da Carlo Formenti, Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro.
Perché metto assieme e segnalo come d’interesse queste due iniziative?
Perché ritengo che esse, ancorché non in grado al momento di ottenere numeri di massa, stiano materializzando quella che è la strategia politica corretta, la linea da seguire, per tutti coloro che si propongono il superamento del neoliberismo e che, altresì, considerano la globalizzazione e l’eurofederalismo come delle strategie giuridico-normative di quest’ultimo.

Il Movimento 5 Stelle come fenomeno sociale storicamente compreso
Chi come me proviene da un percorso di pratica ed elaborazione marxista, non può attardarsi a vagheggiare, per il prossimo futuro, un futuro movimento di massa nominalmente “comunista” o “di sinistra”. Deve, piuttosto, assumere l’intera vicenda del Movimento 5 Stelle come fenomeno storicamente compreso. Sospendendo il giudizio politico sull’organizzazione effettivamente creata dalla Casaleggio Associati, infatti, rimane da analizzare la base elettorale grillina, ovvero un evento sociale e moltitudinario d’importanza cruciale, un fenomeno storico che ha visto la coalizione politico-elettorale di tutto ciò che potrebbe essere definito forza “operaia” in questo XXI secolo: lavoratori precari, partite Iva e freelance, studenti, disoccupati, nonché operai veri e propri.
Il dato da assumere come storicamente compreso, dunque, consta del fatto che non è possibile realizzare, oggi, una coalizione di massa dei lavoratori o un processo di ricomposizione di classe, mantenendo la pretesa che tutto s’incanali entro la qualificazione identitaria di “sinistra”.
Occorre, dunque, abbandonare la diade destra-sinistra e, al suo posto, collocare al centro dell’analisi le determinazioni reali e materiali del conflitto classe-capitale. E questo significa, oggi, muoversi entro lo spazio sociale del cosiddetto populismo. Uno spazio di cui il M5S costituisce solo l’epifenomeno e che, peraltro, è oggi espressione di nuovo attivismo politico. Uno spazio altresì eterogeneo, sovente contraddittorio, sovente latore di enunciati dell’ideologia dominante ma – al netto di tutto questo e al contempo – esprimente istanze collettive e inerenti a quelle forme di protezione sociale che il neoliberismo da trent’anni è impegnato a distruggere: in breve, istanze di classe.

La necessità, per i marxisti, di allearsi con le componenti socialiste della costellazione populista
Se dal punto di vista della composizione risulta tutto sommato semplice cogliere le ragioni della necessità d’intervenire nello spazio populista, più complicata diventa la scelta delle organizzazioni e dei collettivi con cui rapportarsi.
Nel caso del M5S, un ambito di discussione è al momento precluso non tanto per problemi di linea politica, quanto di filosofia: con un movimento che teorizza una politica deprivata di qualsivoglia analisi teorica e un mondo non necessitante d’interpretazioni sistemiche ma soltanto di soluzioni tecnico-pragmatiche, risulta difficile discutere tanto di storia quanto di futuro.
Il FSI-Fronte Sovranista Italiano, invece, esprime su scala ridotta una composizione molto simile al M5S (persone con formazione più o meno di sinistra, persone con formazione più o meno di destra, giovani attivisti “nativi” dell’ambito populista), ma si propone di fornire a questa movenza sociale una visione del mondo strutturata nonché strumenti di analisi sistemica. In breve, potremmo dire che sul versante strettamente sociologico il FSI si propone di creare “un M5S dotato di intelligenza”.
Nello specifico, a differenza di altre formazioni sovraniste, il FSI enuncia un’alternativa in senso socialista – ovvero in senso di piena riedificazione del welfare state – al modello economico neoliberista.
Inoltre, va ricordato che siamo in una fase storica pervasa da rossobrunismi, quarte vie e finanche nostalgismi filo-sovietici che pongono, erroneamente, una presunta consustanzialità fra neoliberismo e democrazia e, pertanto, giungono a contestare integralmente quest’ultima (sovente mi capita di controbattere a queste tesi: se davvero la consustanzialità fra democrazia e liberismo sussiste, perché mai i liberisti oggi sono tanto impegnati nella demolizione dei principio di sovranità popolare e, ultimamente, addirittura discutono del superamento del suffragio universale?). Il FSI, ebbene, si pone invece e inequivocabilmente a difesa della democrazia costituzionale e dell’impianto parlamentarista della Repubblica.
Dunque, dal punto di vista dei marxisti critici della globalizzazione, è prioritario tessere dialogo e collaborazione con quelle forze della costellazione populista che portano avanti una critica radicale al neoliberismo e che pongono altresì una prospettiva di tipo socialista e democratico: ho in questa sede argomentato in merito al FSI perché vi sono iscritto da tempo e perché esso è coinvolto nelle iniziative citate all’inizio, ma il ragionamento può e deve, per il prossimo futuro, estendersi ad altre formazioni.

La necessità, per i populisti, di allearsi con le componenti sovraniste dell’area marxista
Se da una parte i marxisti hanno oggi l’obbligo di mescolarsi al campo populista, dall’altra il populismo necessita parimenti e per varie ragioni dell’apporto marxista.
Una di suddette ragioni risiede nel poter disporre, all’interno della costellazione populista, d’un portato maggiormente solido d’analisi teorica, ovvero di quello ch’è il retaggio di centocinquant’anni di produzione teorica e, soprattutto, di metodologia dell’analisi sociale. Un patrimonio storico di produzione teorica e metodologia d’analisi, oggi, risulta indispensabile ai fini dell’affinamento di qualsiasi  strategia politica che si proponga di modificare la realtà in termini sistemici e strutturali.
Questo, dal punto di vista delle formazioni populiste autenticamente anti-liberiste, significa necessità di rapportarsi a quelle formazioni marxiste che hanno assunto come storicamente compreso il populismo, che l’hanno analizzato nella sua valenza di processo di coalizione di classe (ancorché contraddittorio) e che, di conseguenza, hanno deciso di tagliare i ponti col resto della sinistra: ovvero sia con l’area riformista convertitasi pedissequamente al liberismo-globalismo, sia con l’area movimentista e “libertaria” di centri sociali e dintorni (rispetto a quest’ultima, va una volta per tutte preso atto del fatto ch’essa, senza possedere ormai più nulla a livello di retaggio del movimento comunista del secolo scorso, esprime oggi nulla più che un sincretismo fra liberalismo militante stile Partito Radicale anni ’70 e volontarismo cattolico-sociale).

Contro l’internazionale liberal e contro l’internazionale di Steve Bannon, una nuova internazionale socialista e sovranista
Infine, l’aspetto internazionale.
Nell’area populista-sovranista, affiora non di rado la tendenza a non saper distinguere fra internazionalismo e globalismo: tendenza curiosamente speculare a quella dei liberali che, nelle loro testate giornalistiche, da alcuni anni stanno cercando d’imporre un’assurda sinonimia fra sovranismo e nazionalismo.
In un caso come nell’altro, però, non si tratta di dispute teoriche bensì di mere sciocchezze: la pura e semplice verità storica – appurabile da chiunque tramite tutta la documentazione storiografica esistente – è che l’internazionalismo ha posto, per circa un secolo, la sovranità nazionale come propria rivendicazione prioritaria e come proprio dispositivo d’attuazione. La rivendicazione della sovranità nazionale ricorre nei testi di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Mao Tse-Tung, Ho Chi-Minh, Ernesto Guevara, fino ad arrivare al Subcomandante Marcos negli anni ’90. In tutti i testi dell’internazionalismo comunista, insomma, la visione del mondo che viene esposta pone da una parte l’imperialismo, dall’altra la sovranità nazionale che a esso si contrappone.
Questo è il retaggio storico inoppugnabilmente documentato e, quindi, la discussione non ha motivo di procedere. Possiamo, tutt’al più, assumere i succitati tentativi di sinonimia attuandone il seguente rovesciamento: a) la visione tecno-latra e guerrafondaia del nazionalismo, si è oggi transustanziata nel globalismo; b) la visione umanistica e solidale dell’internazionalismo, si è oggi transustanziata nel sovranismo. Tutto il resto è retorica, che riesce a propagarsi soltanto grazie all’oblìo generalizzato della memoria storica.
Chiarita una disputa teorica che non sarebbe nemmeno degna d’essere definita tale, veniamo al punto di come un’eventuale coalizione marxista-populista risponda correttamente alle necessità della fase anche sul versante internazionale.
In questo momento, gli stati occidentali sono spaccati al loro interno fra liberal-progressisti e populisti-sovranisti. Questo implica una frattura anche sul versante della politica estera: il neoliberismo progressista è latore della vecchia visione del mondo unipolare, a trazione anglo-americana, emersa trent’anni fa dopo il crollo del blocco sovietico; con differenti accenti e gradazioni, l’internazionale populista si riconosce invece nell’affluente ordine multipolare – e sul conseguente processo di ri-nazionalizzazione e di protezionismo – su cui si stanno strutturando le relazioni internazionali.
Con gli stati occidentali spaccati al loro interno su posizioni di politica estera completamente antitetiche, risulta quindi inevitabile il formarsi di alleanze transnazionali tra forze politiche.
L’internazionale liberal è, al momento, in grave crisi di legittimazione nonché di leadership: la sua continuità e coesione, infatti, sono garantite da figure non direttamente politiche come George Soros e da capi di  stato profondamente indeboliti come Emmanuel Macron.
L’internazionale che risulta per ora antagonista ai liberal, invece, è stata più volte annunciata come tale dal “teorico” della Presidenza Trump Steve Bannon. Ma anch’essa, quantunque emergente, ha basi più deboli di quanto non sembri: in primo luogo, è debole per il fatto di reggersi sul ruolo-guida di un Donald Trump che, un domani, potrebbe ritrovarsi defenestrato dalla posizione che ricopre; in secondo luogo, è debole perché le istanze destro-conservatrici che questa costellazione porta avanti, non tengono conto del fatto che alcune trasformazioni avvenute sul terreno delle libertà di costume o nell’ambito della sessualità, se da una parte sono state utilizzate strumentalmente in chiave anti-operaia dal neoliberismo, dall’altra sono altresì trasformazioni di ordine antropico che vanno, anch’esse, storicamente comprese. Il  ritorno al “buon tempo antico”, a una società tradizionale, a uno stato confessionale e così via, insomma, sono istanze che potrebbero ottenere egemonia al massimo per una singola stagione politica: passata la quale, tutte quelle trasformazioni che hanno investito gli esseri umani come specie, tornerebbero a far sentire il proprio peso.
Dunque, occorre un’internazionale alternativa tanto ai liberal quanto alla compagine destrorsa di Bannon e compagnia. Il tentativo di alleanza transnazionale fra il leader di France Insoumise Jean-Luc Mélenchon e la portavoce del movimento tedesco Aufstehen Sarah Wagenknecht, mi pare vada esattamente in questo senso: un’internazionale che ponga al centro i diritti sociali e del lavoro, che enunci il superamento dell’Unione Europea non già seguendo la suggestione imperialista dello stato unico bensì in termini di confederazione o area di scambio fra stati sovrani e costituzionali e che rompa, infine, qualunque ipotesi di alleanza con le formazioni storiche della sinistra ex-socialista convertitesi al liberismo-globalismo.
Che il progetto di Melenchon e Wagenknecht vada bene o tradisca i suoi presupposti, in ogni caso la necessità di un’internazionale alternativa sia a Bannon che ai liberal permane in tutta la sua storica urgenza.

Ridiscendendo, dai massimi sistemi, a quelli che sono i tentativi di attuazione di quest’analisi entro le proprie limitate possibilità, rinnovo dunque l’invito a presenziare ai due eventi succitati.