Per un’analisi critica del reddito di cittadinanza, anche alla luce degli annunci di Macron

Modalità ironica: ON.
Il Movimento 5 Stelle sta portando avanti un grandissimo progetto di riforma: il reddito di cittadinanza. In realtà, si tratta del reddito minimo garantito o reddito di inserimento ma vabbè, non sottilizziamo.
Poi ci sono degli insoddisfatti cronici, dei cagacazzi disfattisti, dei vetero-comunisti incurabili che, anziché essere contenti, si mettono a dire che, soprattutto nelle condizioni della presente fase storica, il reddito garantito potrebbe avere effetti negativi.
Io faccio parte, per l’appunto, di quest’area di massimalisti, passatisti fermi al novecento, nonché intellettuali rompicoglioni.
 
Modalità ironica: OFF
Io e tanti altri abbiamo infatti sottolineato, in questi ultimi anni, come l’idea del basic income si sia sviluppata in Francia negli anni ’90, ovvero in una fase capitalista piuttosto diversa dall’attuale, contraddistinta da espansione economica e dinamismo nel mercato del lavoro. L’idea originaria era quella di emancipare completamente il reddito dalla generazione di valore nei rapporti di produzione: dunque, col “vero” reddito di cittadinanza si teorizzava un reddito-base per tutti i cittadini, anche quelli che lavorano, e si teorizzava altresì che il valore venisse generato dalla conseguente crescita esponenziale della domanda interna.
Posto che ritengo vi siano enormi punti interrogativi anche in questa proposta, nella fase storica in cui essa è stata formulata ritengo avesse comunque senso dicuterne.
Poi, nel 2007, è arrivata quella crisi sistemica del capitalismo che, qui in Italia, si è materializzata nel 2012 col varo del fiscal compact e delle politiche di austerity.
In questo nuovo scenario, le retribuzioni del lavoro sono scese drasticamente: 40 ore settimanali retribuite con 700 euro lordi mensili, oggi, sono in Italia un fatto perfettamente legale. In più, numerose figure del ceto politico – per esempio l’ex-ministro Carlo Padoan – hanno enunciato la necessità che i salari scendano ulteriormente nell’immediato futuro.
Lo scenario colpisce, ovviamente, tutti i piani del reddito: il presidente Inps Tito Boeri, avvalendosi del precedente giuridico costituito dal taglio ai vitalizi parlamentari, ha infatti annunciato un taglio retroattivo delle pensioni d’anzianità (noi vetero-comunisti depressi e fermi al novecento, avevamo avvertito che il taglio ai vitalizi avrebbe sortito quest’effetto, ma vabbè).
In questo scenario, un reddito d’inserimento la cui proposta parte da 780 euro – cioè sotto la media del reddito pro capite che è 1.200 euro – ancor prima delle inevitabili trattative inerenti alla copertura, un reddito la cui erogazione è altresì vincolata all’accettazione d’una seconda offerta di lavoro entro il succitato scenario di retribuzioni dimezzate, che effetti potrebbe determinare?
Non si rischia di normare in via definitiva un reddito pro capite sotto i mille euro mensili e, conseguentemente, sancire l’avvenuta proletarizzazione del ceto medio? Non rischia, in altre parole, di far precipitare tutto al ribasso? Non sarebbe invece meglio concentrarsi – almeno preliminarmente – sulle politiche produttive, sulla conseguente dinamizzazione del mercato del lavoro e sulle normative di salario minimo? Nell’attuale compagine governativa, va allora riconosciuto il fatto che Luigi Di Maio ha affrontato questi ultimi temi, in particolar modo il salario minimo. Ciò è apprezzabile e va certamente sostenuto, ma non toglie i dubbi sulla conclamata volontà di accellerare i tempi per ciò che riguarda il reddito di cittadinanza.
Poi, riguardo al reddito minimo, al di là della tempistica, ci sarebbero almeno altri due interrogativi di ordine più generale che varrebbe la pena porsi.
La proposta di reddito, prevede una relazione fra Stato e singolo cittadino, senza alcun potere d’intermediazione che garantisca e controlli la transazione. Senza sindacati né altre forme di rappresentanza collettiva che – come nel caso del diritto di sciopero o delle pensioni – prendano parte al processo, il cittadino si ritrova a fruire d’un atto di “liberalità” paternalistica da parte dello Stato che, un quanto tale, può essere revocato in qualsiasi momento. In altre parole, i teorici del reddito di cittadinanza hanno omesso dall’analisi il cruciale problema per cui, nei rapporti di classe, la fruizione dei diritti è sempre collegata all’esercizio di un relativo potere politico da parte delle classi povere; potere effettivo ancorché relativo, che può essere garantito solo dall’intermediazione e dalla rappresentanza collettiva. L’idea che l’intrinseca “bontà” d’una riforma sia sufficiente garanzia dell’effettività d’un diritto, indica una concezione oltremodo semplicistica del riformismo.
Il secondo problema è più ampio e di ordine filosofico: dinanzi al processo di atomizzazione sociale generato dalla società liquida, che ruolo svolge una visione del mondo che separa giuridicamente cittadinanza e lavoro? Non implica, suddetta visione, l’azzeramento di quell’ultimo dispositivo di relazione, cooperazione e coalizione – per l’appunto il lavoro – che ancora frenava la definitiva frammentazione dell’umanità in monadi individuali e separate?
Da poche ore, abbiamo appreso la notizia per cui un politico notoriamente rappresentativo degli interessi del capitalismo finanziario sovranazionale, ovvero Emmanuel Macron, sta promuovendo un piano di “reddito universale” per i poveri francesi: ebbene, dinanzi a questo fatto singolare, tutti gli interrogativi finora posti sul basic income, tornano decisamente d’attualità. La funzione di questi interrogativi – e di questo articolo – non è determinare su questo tema l’ennesima polarizzazione pro o contro bensì consta, come da titolo, dell’avviare un’analisi critica che tenga conto di tutti i fattori in gioco, di tutte le strategie in campo, di tutti i rischi.