Marxista, segnalato dai liberal, accusato di fascismo, bloccato da Facebook: non è un racconto di fantascienza.

Questo è un articolo politico che, però, prende le mosse da una vicenda personale. Nei paragrafi che seguono, cercherò di argomentare come le implicazioni contenute in questa mia piccola disavventura, possano essere d’interesse decisamente generale.

Disabilitato per 30 giorni, a causa della foto tratta da uno spettacolo comico
Il 2 agosto 2018, l’amministrazione di Facebook ha bloccato tutte le funzioni d’uso della mia pagina-profilo per 30 giorni consecutivi. Motivo: la pubblicazione d’una foto tratta da uno dei miei spettacoli teatrali. Nello specifico, l’immagine era tratta dal varietà comico Dugongo Show e ritraeva me e un’altra attrice nell’atto di fare un saluto romano.
Il fatto che l’azione si svolgesse su un palcoscenico teatrale e che le espressioni caricaturali dei volti di noi attori indicassero chiaramente lo svolgersi d’una recita, non è stato preso in considerazione. Il motivo della sanzione, secondo la comunicazione automatica inviatami da Facebook, consta del mancato rispetto degli Standard della Community, ovvero quegli standard inerenti al divieto di promuovere organizzazioni che incitano all’odio e alla violenza.
Per la cronaca, il saluto romano nell’immagine si riferiva a un pericolo di fascismo odierno, identificato dalla pièce non già in un eventuale ritorno delle camicie nere e dell’olio di ricino, bensì nell’avvento di una èlite tecnocratica e mercatista ai vertici dello Stato: insomma, il nuovo fascismo del prossimo futuro sarebbe garantito dal susseguirsi dei governi “tecnici”. A sostegno di questa tesi, nel varietà veniva fatto omaggio alla canzone di Giogio Gaber intitolata La presa del potere (datata 1972) ed è proprio nel corso dell’esecuzione di quest’ultima che – in ottemperanza al testo gaberiano – io e la mia collega inscenavamo il saluto fascista.
Dunque, la conclusione paradossale ma non troppo è che Facebook ha censurato per presunta apologia di fascismo una pièce teatrale chiaramente antifascista.
Potrei aggiungere, per accentuare la valenza grottesca della vicenda, un po’ di note biografiche relative alle decine e decine di scontri di piazza ai quali ho partecipato nel corso dei decenni passati e che mi hanno visto schierato con la sinistra in conflitti fisici, diretti e molto rischiosi contro le formazioni neofasciste. Penso sia meglio, però, non tentare di giustificarsi tramite curriculum e, invece, contrattaccare in modo diretto nel merito.
Subito dopo la disabilitazione, ho provato a inviare segnalazione dell’errore madornale al Centro di Assistenza del social network e successivamente, scrivendo in inglese, anche agli indirizzi mail degli amministratori americani preposti a tali problemi: nulla, nessuna risposta, neppure  quella standard-automatica.
Nel frattempo, dal 2 al 15 agosto, la foto del varietà contestata ha continuato a campeggiare sulla pagina-facebook del varietà Dugongo Show, finché non è stata tolta dalla mia collega attrice che l’aveva a suo tempo caricata. Il fatto che sulla pagina del varietà, a differenza che sulla mia personale, la foto sia rimasta a lungo indisturbata, indica chiaramente come la mia disabilitazione non sia stata dovuta a un riconoscimento algoritmico e automatico del social, bensì alla solerte segnalazione di qualche “antifascista”.
Pochi giorni dopo il 2 agosto, ho provato altresì a creare un profilo alternativo ma, dopo poche ore, l’amministrazione di Facebook mi ha scritto dicendo che quel profilo era stato segnalato da qualcuno perché fasullo e, quindi, completamente rimosso.
Dunque e a quanto pare, sono stato preso di mira da quelle persone che, oggi, si ammantano della qualifica di “antifascisti”.

Gli “antifascisti” di oggi, ovvero liberal anti-comunisti e filo-Nato
Dall’inizio del 2018, la mia pagina-profilo ha avuto una forte crescita in termini di seguito e consenso. Post di taglio teorico-analitico e d’impegnativa lunghezza, hanno finito per ottenere una media di 70 condivisioni a volta nonché un numero doppio di like. Il problema è che le mie analisi e le conseguenti prese di posizione, sono avversate con foga particolare dai liberal, cioè da quella sinistra neo-liberale e filo-atlantista che, oggi, sostanzia il fronte di opposizione all’attuale governo Lega-M5S.
Quantunque io abbia scritto numerosi post esprimenti durissime critiche nei confronti dell’attuale governo, infatti, assolutamente non condivido la tesi secondo cui esso sarebbe peggiore dei quattro governi precedenti e, tantomeno, condivido l’idea secondo cui, grazie ai populisti, si starebbe oggi materializzando un “ritorno del fascismo”.
In diverse enunciazioni dell’attuale compagine giallo-verde ravviso un serio rischio di derive autoritarie o post-democratiche, questo sì. Ma allora va anche detto che suddette derive le trovo visibili all’interno del fronte liberal in misura pari se non maggiore e che, comunque, tali fattori di rischio – come per esempio certe svolte giustizialiste-securitarie annunciate da Salvini sul tema dell’ordine pubblico – ritengo siano da temere non già per la loro presunta somiglianza col fascismo, bensì per la loro evidente afferenza alla destra repubblicana degli Stati Uniti.
Per quanto possa avversare questo governo e/o le formazioni politiche che lo compongono, inoltre, mi riconosco nelle istanze del suo elettorato: istanze volte a richiedere rispetto del principio costituzionale di sovranità popolare, nonché protezione sociale. In altre parole, condivido l’analisi marxista formulata da Carlo Formenti nel libro La variante populista, secondo la quale il populismo, seppure in modo contraddittorio e confuso, rappresenta l’espressione odierna della conflittualità di classe.
Il fatto ch’io ritenga Lega e M5S forze politiche inadeguate a fornire risposte concrete a tali istanze di classe, non sposta d’una virgola il fatto che tutto il disagio sociale oggi esistente sia stato creato dai governi di quello che la femminista americana Nancy Fraser ha recentemente definito il “neoliberismo progressista”.
Nella polarizzazione retorico-ideologica in corso, ebbene, dal punto di vista dei liberal queste mie posizioni rappresentano il peggio del peggio perché constano, secondo loro, di “intelligenza col nemico”. Dunque, posizioni come la mia – nell’ottica di odio e rfiuto della mediazione promossa dai liberal – vanno accusate di connivenza col fascismo o, anche, di essere direttamente fasciste.
Nell’ambito di una campagna fondata sul razzismo sociale verso i ceti popolari e basata sull’uso sistematico della menzogna, assistiamo così a un principio-cardine dell’internazionalismo comunista, quale la difesa della sovranità nazionale, essere dai liberal accostato al fascismo. Vediamo altresì tutte le posizioni marxiste, comuniste e socialiste volte alla difesa dello stato-nazione (e dunque a difesa delle norme di welfare conquistate dal movimento operaio nel Novecento e sedimentatesi nelle legislazioni nazionali), essere tacciate di “rossobrunismo”. Infine, tutte le posizioni che avversano  le politiche di aggressione degli Stati Uniti ai danni di altri paesi, vengono qualificate dai liberal come posizioni “di destra”.
Non soltanto, quindi, l’antifascismo viene deprivato di qualsivoglia contenuto di critica al sistema capitalista (laddove storicamente, invece, il fondamento dell’antifascismo risiedeva nel fatto che il fascismo si fosse ricorrentemente alleato con la classe padronale in funzione anti-operaia e, più in generale, fosse stato un processo di fase del tutto interno alla borghesia e alla struttura capitalista), ma il capolavoro della mistificazione retorica è quello di far passare come “fascismo” ogni critica alla dottrina neoliberista e ogni avversione alle  politiche guerrafondaie di Nato e Stati Uniti.
Nel novembre del 2015, in un intervento ripreso da numerosi siti, scrivevo che nel prossimo futuro “ogni teoria critica incentrata sul conflitto di classe verrà accusata di rossobrunismo e l’intera classe lavoratrice, soprattutto, verrà stigmatizzata come marmaglia sostenitrice del fascismo”. Quello scenario da me soltanto paventato tre anni fa, a quanto pare, si è ormai pienamente materializzato sotto i nostri occhi.

Le segnalazioni e le schedature dei liberal ai danni di marxisti e socialisti, sono parte dello scontro geopolitico che si sta svolgendo intorno a Facebook
Tornando al mio caso di disabilitazione da Facebook, avevo notato d’essere finito sotto osservazione già da un po’: mesi fa, a causa di una battuta, ero stato indicato come “violento” da Matteo Pucciarelli, un giornalista di Repubblica dedito a redigere una schedatura dei “sovranisti di sinistra”; più di recente, sono stato messo in lista di proscrizione dalla pagina-facebook d’un cosiddetto “osservatorio antifascista”.
Questa solerzia dei liberal nello schedare e infamare marxisti, socialisti e comunisti, però, va anche collocata entro uno scenario internazionale: ovvero lo scenario d’uno scontro tra fronte liberal e fronte populista che attribuisce proprio a Facebook la funzione di snodo strategico principale.
Tutto è cominciato – perlomeno pubblicamente – il 26 gennaio scorso: durante il forum di Davos, George Soros annunciò che Facebook “aveva le ore contate”. Lo speculatore finanziario ungherese spiegò, infatti, che Facebook stava fungendo da incanalatore e propagatore delle istanze populiste – quelle che avevano portato alla vittoria della Brexit nell’UK e di Trump negli USA – nonché della contro-propaganda russa sulla Siria e sull’Ucraina.
A distanza di un solo mese da queste dichiarazioni di Soros, tutte le autorità occidentali sono quindi partite all’attacco del social network: la Federal Trade Commission degli USA ha aperto un’inchiesta sul presunto uso irregolare dei dati degli utenti, la Camera dei Comuni inglese ha indetto una riunione d’emergenza e, sugli altri social, è stato lanciato l’hashtag virale #DeleteFacebook, che invita a cancellarsi dalla piattaforma di Zuckerberg.
L’Italia, ovviamente, non poteva essere da meno. A fine maggio, il Corriere della Sera se ne è uscito fuori con una “inchiesta” – riportata con enfasi da tutti gli altri media – secondo cui alcune centinaia di “troll russi” pagati dal Cremlino avrebbero utilizzato Facebook per sostenere la nascita del governo Lega-M5S e attaccare il Presidente della Repubblica Mattarella.  Dopo pochi giorni, la “pista russa” è stata negata dalle stesse forze inquirenti che guidano l’indagine, ma la sostanza non cambia.
In pratica, Facebook rappresenta oggi il punto di connessione fra lo scontro sociale interno ai singoli paesi e il conflitto geopolitico globale tra occidente e resto del mondo: da una parte, cioè, vi è la “internazionale liberal” che sostiene l’adeguamento delle società alle esigenze dei mercati, la soppressione d’ogni forma di protezione sociale e, a livello geopolitico, la prosecuzione dell’egemonia anglo-americana sul mondo; dall’altra, c’è il confuso e contraddittorio fronte populista che uomini di destra come Steve Bannon stanno cercando di trasformare in “internazionale”, che raccoglie – in parte suo malgrado – le istanze di disagio sociale generate dalle politiche liberali e che, sul versante geopolitico, è volto a riconoscere l’ormai avvenuta ri-nazionalizzazione del mondo e a promuovere l’idea d’una sua nuova configurazione multipolare.
Ciascuno dei due miliardi di individui che possiede un account Facebook – volente o nolente e cioè anche nel caso in cui si limiti a postare foto dei propri piedi al mare – si ritrova oggi immerso in questo scontro politico e geopolitico.

L’allineamento di Facebook ai diktat liberal, in conseguenza degli attacchi subìti
Il punto è che l’amministrazione di Facebook ha subìto danno da queste aggressioni e adesso, quindi, reagisce difensivamente ovvero dimostrando quanto più possibile il proprio allineamento alla causa del neoliberismo progressista e, sul piano internazionale, una piena fedeltà all’imperialismo americano.
In politica estera e specificamente sul versante della crisi dei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela, perfino la pagina-facebook d’una testata ufficiale – ma filo-bolivarista – come TeleSur è stata cancellata senza spiegazione alcuna.
Sul versante della quotidianità, l’attacco si sposta accusando di “fascismo” chiunque si esprima contro l’Unione Europea, contro la dissoluzione degli stati costituzionali o, peggio, esprima perplessità riguardo alle politiche all’insegna della deregulation ultraliberista sui flussi migratori che hanno contraddistinto l’Italia negli ultimi quattro anni.
Il fatto che a essere censurata per apologia di fascismo sia, come nel mio caso, la foto di una pièce teatrale volta a deridere e stigmatizzare il fascismo, conta poco. Anzi, diciamo pure che conta nulla. Infatti, come enunciato con candida sincerità dall’esponente PD Emanuele Fiano in un’intervista del 6 maggio 2017, lo scopo di questo odierno “antifascismo” non è quello di scongiurare il ritorno d’un sistema dittatoriale simile a quello del Ventennio, bensì l’obiettivo consta dell’appaiare al fascismo tutte le posizioni euroscettiche e sovraniste, ovvero criminalizzare tutte le posizioni che attribuiscono primato normativo alla Costituzione nata dalla Resistenza anziché ai Trattati Europei.
Questo è, oggi, il cosiddetto “antifascismo”: una costellazione neoliberista, espressione degli interessi materiali della classe più agiata, che mira alla dissoluzione del costituzionalismo e della sovranità popolare e ch’è allineata, altresì, a tutte le posizioni aggressive e guerrafondaie con cui gli Stati Uniti creano caos e destabilizzazione nel mondo.  Riguardo a quest’ultimo aspetto – va ricordato – la sinistra liberal sta oggi assumendo quella medesima funzione di avanguardia filo-atlantista che, storicamente e per oltre un trentennio, era stata propria del Movimento Sociale Italiano e delle formazioni neofasciste.
La costellazione liberal è dunque un cancro di fascismo reale – cioè un fascismo effettivo, non enunciativo – che per il fatto d’essersi impunemente impadronito della qualifica “antifascista”, farebbe rivoltare nella tomba quei tanti sindacalisti ed esponenti della classe operaia che, all’inizio del secolo scorso, furono uccisi o malmenati dalle camicie nere e brune.

Conclusione: occorre un piano d’uscita da Facebook
Dunque, chi avversa il fascismo reale espresso dal fronte liberal, deve innanzitutto rendersi conto del fatto che, in un prossimo  futuro, l’utilizzo di Facebook ai fini della comunicazione politica, potrebbe risultare precluso.
Oltre al dato propriamente politico, c’è anche un aspetto antropologico-culturale su cui, purtroppo, la discussione langue: viviamo buona parte della nostra vita sociale entro uno spazio al 100% privato e che non deve rispondere a nessuno né riguardo al rispetto delle leggi nazionali né – come si è visto nel mio caso – riguardo alla coerenza col proprio regolamento interno.
Personalmente, se considero tutte le funzioni di comunicazione messe in campo negli ultimi dieci anni – la comunicazione politica ma soprattutto, nel mio caso, quella professionale inerente al mio lavoro teatrale – non saprei proprio, nell’immediato, come sostituire Facebook. Devo però iniziare a pensarci perché se, a quanto pare, i fascio-liberal anti-comunisti e filo-Nato mi hanno preso di mira, so che potrei benissimo ricevere un’altra sanzione e, questa volta, essa potrebbe implicare la chiusura totale dell’account.
L’emigrare su altri social network non è, per il momento, una soluzione: Twitter funziona solo per chi ha già una dimensione pubblica consolidata, mentre gli altri social hanno dimensioni e piani d’interazione incomparabilmente più ridotti.
Quindi, dobbiamo iniziare a ragionare su possibili vie di fuga da Facebook e dobbiamo cominciare a farlo subito.