Il RIOT: come dallo scontro politico di piazza si sia passati al “giorno dello sfogo”

Articolo del 16 luglio 2018

Se pensate che lo scontro di piazza sia una pratica sbagliata in qualunque luogo, in qualunque tempo e in qualunque circostanza, potete risparmiarvi la pena di leggere questo articolo.
Se invece, come me, pensate sia più laico considerare lo scontro di piazza una pratica che, come tutte le altre pratiche politiche, può essere utile o dannosa a seconda delle modalità di attuazione e del contesto storico-politico, potete pure seguitare a leggere.

Dopo circa vent’anni di scontri di piazza con la polizia – utili, inutili o dannosi così come ho esperito utili, inutili o dannose tante altre pratiche – non avrei mai pensato di vedere finanche quest’aspetto sprofondare nella degenerazione culturale e nel vuoto nichilistico.
In buona sostanza: nella cultura politica da cui provengo e in cui mi sono formato, lo scontro di piazza non era un fenomeno spontaneista bensì qualcosa di pertinenza delle avanguardie organizzate; queste ultime, ovviamente, puntavano anche all’adesione della massa, ma lo scontro di piazza nasceva comunque da una decisione politica e da una determinazione organizzativa.
L’avanguardia organizzata, infatti, aveva diversi compiti: il primo, inevitabilmente, era “alzare il livello dello scontro” e dunque incaricarsi di attivare il casus belli con le forze dell’ordine; il secondo era organizzare il conflitto di piazza logisticamente e militarmente cercando, nei limiti del possibile, di minimizzare il numero di feriti e di arrestati. Da questa esigenza, quindi, nascevano le file di manifestanti incordonati per proteggere il grosso del corteo, le componenti munite di bastoni e così via.
Poteva succedere, naturalmente, che lo scontro si facesse pesante. Dinanzi a una carica del reparto Celere non già di allegerimento bensì di dispersione (e dunque con uso di lacrimogeni e idranti), tutte le accortezze sopra citate diventavano inutili e, quindi, lo scontro doveva per forza proseguire in maniera spontaneista. Questo, però, avveniva solo in una minoranza di casi.

Già a partire dalla fine degli anni ’80, avevo notato come gli scontri di piazza in paesi come l’Inghilterra e la Francia, avessero una modalità d’attuazione diversa dall’Italia. Questa forma di guerriglia urbana nordeuropea – poi diffusasi col termine riot – affidava tutto allo spontaneismo di massa e alla rilevanza numerica (ottenuta, di solito, più tramite passaparola informale che tramite comunicazione politica). Non c’erano manifestanti preposti alla difesa del corteo, non c’era alcuna separazione tra obiettivi politico-militari e teppismo spicciolo, si otteneva quasi sempre la massimizzazione del numero di arrestati e di feriti.
Pensavo fosse un limite di cultura politica del Nord Europa poi, però, ho visto la pratica del riot diventare egemone anche in Italia.
Lo abbiamo visto con gli scontri a Roma dell’11 ottobre 2011, con quelli contro l’Expo del 1° maggio 2015 a Milano e in tante altre cirocstanze ancora: si fa massa, si fa partire il casino, dopodiché “come viene viene”.
E lo vediamo ora con gli scontri spontaneisti – arricchiti da saccheggio di piccoli negozi – che sono avvenuti in Francia ieri notte e proseguiti sino a oggi.
L’ovvietà secondo cui si tratta di una manifestazione di disagio sociale e anzi di un sentimento di antagonismo di classe, possiamo risparmiarcela: se il disagio sociale e l’antagonismo di classe si esprimono a cazzo di cane e, quindi, in maniera funzionale allo stato di cose esistente, occorre ribadirlo con forza. Nel ribadire questo, non si fa certo il tifo per la repressione statale: semplicemente, si giudica queste pratiche come del tutto inutili e in alcuni casi anche dannose.
Il riot è sempre e comunque un prodotto della società dello spettacolo; è qualcosa che il sistema prevede e che funge da equilibratore proprio come il “giorno dello sfogo” nella saga cinematografica The Purge (vedi video sottostante).
Il motivo della funzionalità al potere del riot risiede innanzitutto in un aspetto: esso è sempre e comunque un evento extra-quotdiano (l’apertura dell’Expo, la vittoria ai Mondiali, eccetera).
Nel momento in cui i rapporti di classe e più generalmente di dominio si articolano nei più infimi anfratti della quotidianità, è assurdo che l’antagonismo si materializzi solo ed esclusivamente negli stati di eccezione. Il risultato di questo confinamento dello scontro di piazza entro la sfera dell’extra-quotidiano, è che la conflittualità sociale si svolge oggi una volta ogni due-tre anni entro una sorta di rito di sfogo, per poi essere riassorbita e azzerata nella riproduzione quotidiana dell’esistente.
Anche quest’aspetto, come tanti altri, indica il fatto che, per ricostruire una cultura politica degna di questo nome, occorreranno anni e anni di traversata del deserto.