Il “pericolo fascismo” rappresentato dai populisti, il “pericolo fascismo” rappresentato dai liberal: un’analisi comparativa

Articolo del 31 luglio 2018

Premessa: la “guerra civile”, almeno nei presupposti, è già cominciata

Avverto un clima ch’è ormai di degenerazione assoluta e, dunque, scrivo qualche ultima riga prima di prendermi un’ossigenante pausa dall’ambito mefitico e velenoso del dibattito politico. La polarizzazione ideologica tra sinistra liberal e blocco populista, sta infatti assumendo connotazioni che – in termini di logica di fondo – sono già oggi, a tutti gli effetti, di guerra civile.
Agli albori della Seconda Repubblica, qualcuno notò la situazione di degenerazione costituzionale e democratica venutasi a creare. Una degenerazione ch’era dovuta a ragioni culturali, nonché alle nefaste “riforme” in senso bipolarista delle istituzioni.
Quando nel 1994 si delinearono le due polarità dell’arco politico-istituzionale, infatti, ci trovammo dinanzi a un centrodestra che paventava il “pericolo comunista” e a un centrosinistra che paventava l’avvento d’una “destra golpista”.
A differenza di tutti gli altri paesi d’Europa, dunque, la distruzione per via giudiziaria dei partiti costituenti del Dopoguerra aveva creato, in Italia, una situazione ove il mutuo riconoscimento democratico tra le forze politico-parlamentari veniva improvvisamente a mancare. In ragione di questo clima da “guerra civile strisciante”, da allora, l’Italia divenne il paese europeo più somigliante, sul piano della polarizzazione politica interna, agli Stati Uniti d’America.
Oggi, conclusa l’esperienza della Seconda Repubblica e avviatasi una fase di transizione che ancora non lascia intravedere i contorni della Terza, assistiamo a una fase di degenerazione ulteriore. In questo nuovo ciclo storico, il mutuo riconoscimento democratico è allo zero assoluto e l’odio conseguente fra le due polarità in cui è suddivisa l’opinione pubblica ha ampiamente sopravanzato, in intensità, quello del ventennio berlusconiano.
Chi rifiuta di schierarsi con una delle due polarità, subisce coercizione e imposizione. A seconda delle opinioni ch’egli esprime e della loro maggiore o minore oscillazione in favore di una parte o di un’altra, la persona ch’è recalcitrante a schierarsi viene iscritta dagli altri frequentatori di social network – con la forza, con la menzogna, con lucida e deliberata violenza – all’interno di uno dei due schieramenti. A questo tipo di imposizione e di “arruolamento forzato” non ci si può ribellare, non si può controbattere, non si può sfuggire.
Dal momento che, come risulta evidente, siamo al cospetto di una fase storica ove la disonestà intellettuale e la diffamazione risultano essere i termini quotidiani e usuali del dibattito politico, anche questo mio intervento – quantunque analitico nelle intenzioni – subirà probabilmente la medesima sorte. A quelle pochissime persone che – d’accordo o in disaccordo con le mie idee – attribuiscono valore prioritario al concetto di autonomia, è dunque e unicamente rivolto questo scritto.

Il tema-immigrazione, ovvero una bolla speculativa che focalizza illegittimamente l’attenzione di tutti e acuisce il fanatismo

Analizzato il contesto di partenza, vorrei qui soffermarmi su una locuzione ricorrente, vale a dire il “pericolo fascismo” in cui starebbero transitando le democrazie occidentali e l’Italia in particolar modo.
Per “fascismo”, oggi, quasi nessuno intende la rinascita del sistema autarchico-totalitario del Ventennio e, tantomeno, la conquista della maggioranza parlamentare da parte delle piccole formazioni neofasciste oggi esistenti.
In genere, per “ritorno del fascismo”, s’intende invece un processo riformatore avviato da formazioni anche prive di afferenza storico-culturale al fascismo, nonché culturalmente supportato dall’opinione pubblica. Un processo che, progressivamente, imprimerebbe alla struttura istituzionale una sequenza di torsioni autoritarie volte, alla fine, a desostanziare e svuotare la democrazia pur mantenendone parzialmente intatto l’impianto formale e rituale.
Orbene, io sono decisamente convinto del fatto che un “pericolo fascismo” sussista. Ma la sua collocazione e la sua articolazione, ritengo siano molto più complesse di quanto enunciato e gridato dai cosiddetti “antifascisti” odierni.
Nell’esposizione per punti che segue, deliberatamente, toccherò il tema dell’immigrazione soltanto di sfuggita.
Come già altri argomenti accentranti nei decenni passati – per esempio “l’onestà” – il tema dell’immigrazione s’impone onnipervasivamente e mendacemente sull’agenda politica, cancellando ogni traccia di analisi e riflessione inerenti all’economia politica e alla struttura sociale.
A questo risultato, ritengo abbiano contribuito due concause:
1) La concezione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini secondo cui al governare deve corrispondere una comunicazione da “campagna elettorale permanente”. Il predecessore di Salvini, Marco Minniti, aveva fatto diminuire gli sbarchi di africani in Italia del 70% nell’arco di due anni ma ora, per l’opinione pubblica e i media, il fatto che Salvini persegua il medesimo obiettivo è visto come un fatto “nuovo”. Questa dispercezione, ebbene, potrebbe essere parzialmente giustificata proprio dal comportamento di Salvini che – infarcendo la sua azione di governo con frasi rivolte alla stigmatizzazione di intere etnie come nel caso dei Rom – ammicca alla parte più intollerante del proprio elettorato, semplifica e spettaccolarizza i temi in agenda, persegue un evidente intento di acutizzare la polarizzazione dell’opinione pubblica in ragione d’un possibile e conseguente vantaggio elettorale.
2) L’opinione pubblica liberal (cioè l’area politica neo-liberale e filo-americana che ha ereditato il nome “sinistra” dalle formazioni marxiste del Novecento), d’altro canto, reagisce alle spettacolarizzazioni leghiste con isteria, esprimendo una deriva contrassegnata da razzismo sociale. Disprezzo e odio crescenti, infatti, vengono espressi non solo nei confronti di Salvini, ma anche del suo elettorato.
L’area liberal, del resto, aveva decantato per decenni un’idea di determinismo storico secondo la quale la globalizzazione e i suoi fenomeni correlati altro non erano che percorsi predefiniti e ineluttabili della Storia. Schiantatasi tale idea – come già accaduto a prcedenti determinismi – contro l’irriducibile complessità del reale, la reazione della “sinistra” è stata all’insegna dell’integralismo e del suprematismo. Abbiamo cioè visto, in questi giorni, il grottesco spettacolo di un’area che si assume un ruolo di supremazia morale e che include, nella definizione di “razzismo”, tutti coloro che non ne condividono le posizioni. Oggi, chi semplicemente si dichiara a favore di una regolazione e d’una misurazione dei flussi migratori, viene additato come razzista dai liberal giacché, per questi ultimi, il deregolazionismo rappresenta l’unica prospettiva auspicabile e concepibile; rispetto a essa, quindi, essi respingono qualsivoglia tentativo di mediazione.
Dunque, occorre sottrarsi a questo imbarbarimento del pensiero sia perché i termini della discussione sono ormai completamente falsati dalla spettacolarizzazione leghista e dal fanatismo liberal, sia perché è anche arrivato il momento di denunciare il tema-immigrazione come bolla speculativa propria dell’infosfera. L’immigrazione ha certamente implicazioni sociali e antropologico-culturali d’immensa portata, ma che sia il principale o addirittura l’unico problema di questa fase storica, è palesemente falso. Occorre cominciare, quindi, col ridimensionare il tema e tentare di focalizzare l’attenzione sull’ambito decisamente più vasto del passaggio di fase.

Il “pericolo fascismo” osservando la costellazione populista

Vi è, in Italia, un “pericolo fascismo” determinato dall’attuale governo Lega-M5S?
Prima di rispondere, elenco quelli che sono, a mio avviso, i rischi per la tenuta democratica che il governo giallo-verde sta materializzando:
1) La già citata tendenza di Salvini a spettacolarizzare e acutizzare la polarizzazione, ha positivamente disvelato la malafede esistente al vertice dei governi europei: l’opinione pubblica italiana, cioè, grazie alla polemica fra Salvini e le ONG ha in qualche modo “scoperto” che le politiche inerenti ai flussi migratori di paesi come la Francia o la Spagna erano, da anni, enormemente più restrittive di quelle italiane. Malgrado questo disvelamento di un’ipocrisia “al vertice” delll’Europa federale, se continuerà la retorica generalizzante di Salvini contro Rom e altre categorie collettive, si porrà il serio rischio che l’attenzione dell’opinione pubblica si focalizzi esclusivamente verso il basso, ovvero verso il fenomeno sociale e a tutto vantaggio delle ragioni padronali di speculazione e sfruttamento che sono, invece, autentica causa e origine delle politiche deregolazioniste egli ultimi anni. Volgere l’ostilità sociale verso il basso, verso capri espitatori anziché verso i diretti responsabili è, da sempre, ciò che fanno le destre.
2) Le proposte politiche della Lega sul terreno della giustizia e del sistema penale, volgono tutte verso una torsione giustizialista e securitaria dell’esistente: diffusione di armi, riduzione degli sconti di pena, depenalizzazione del reato di tortura per la polizia e così via. Nessuno, assolutamente nessuno, fra gli operai e i disoccupati che hanno votato per Salvini, trarrà il minimo vantaggio concreto da queste misure.
Così come la sinistra propone un osceno “scambio” secondo cui i diritti civili individuali varrebbero come sostituto dei diritti sociali, la destra propone uno “scambio” non meno irricevibile: quello per cui l’insicurezza sociale ed economica viene compensata emotivamente – ma non certo materialmente – da misure securitarie in tema di ordine pubblico.
3) Le proposte del M5S volgono, come sempre, a sottrarre potere e indipendenza ai rappresentanti del popolo e verso una progressiva privatizzazione della politica.
Con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, il preesistente assoggettamento di questi ultimi alle èlite economiche si è trasformato in vera e propria dipendenza, facendo sì che oggi l’Italia muova, a grandi passi, verso l’edificazione d’un sistema lobbystico di tipo americano, ove solo chi dispone di enormi capitali può influire sulle decisioni della classe politica.
A tutto questo, si aggiunge poi l’impatto del concetto di “democrazia diretta”: concetto che ripugna il principio della rappresentanza collettiva e concepisce il cittadino esclusivamente come singolo individuo, solo dinanzi allo Stato. La realtà storica e la storia del movimento operaio, invece, ci hanno insegnato come solo la rappresentanza collettiva e come solo gli strumenti organizzati della mediazione – sindacati e partiti di massa – siano stati in grado, almeno in parte, di attribuire alle masse popolari un qualche tipo di potere contrattuale, ovvero un effettivo ancorché relativo potere politico.
I pericoli che ho elencato, dunque, coincidono con un “pericolo fascismo”?
In una certa misura, potremmo definire fascisteggiante, nelle forme e nella scelta delle parole, l’utilizzo spettacolare del tema-immigrazione che viene svolto da Salvini.
Ma le assai più gravi e materialmente impattanti linee d’indirizzo descritte ai punti successivi, risultano inquietanti non certo perché riferibili al fascismo: il motivo della pericolosità inscritta in quelle istanze leghiste e grilline che ho sopra descritto, consta invece del fatto ch’esse afferiscono alla destra repubblicana degli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il punto sullo smembramento della rappresentanza collettiva che ho imputato al M5S, oltretutto, va detto che gli ammiccamenti alla atomizzata “democrazia telematica” sono fortemente presenti anche nel centrosinistra (vedi intervento di Mario Monti, nel 2012, volto ad auspicare la trasformazione della democrazia in un sistema di sondaggi “just in time”).
Dunque, siamo di fronte a prospettive che mettono a rischio la democrazia, ma che o non sono specificità intrinseche del governo giallo-verde oppure rispetto a esse non emerge motivo di considerarle irreversibili (tutte le posizioni leghiste di tipo giustizialista-securitario, infatti, sono fortunatamente reversibili).
Dunque, di aspetti post-democratici nel governo Lega-M5S ne sussistono certamente, ma la qualifica di “pericolo fascismo” risulta, per essi, tecnicamente impropria.

Il “pericolo fascismo” osservando la costellazione liberal

Veniamo alla componente liberal dell’attuale polarizzazione: esistono, all’interno di essa, istanze riconducibili al concetto di “pericolo fascismo”?
Procediamo con ordine e vediamo un po’.
1) Dal punto di vista del rapporto capitale-lavoro e del welfare state, il centrosinistra non soltanto è stato artefice dei tagli di decine di miliardi alla sanità e all’istruzione, della ulteriore precarizzazione dei contratti di lavoro ma ha espresso, anche, una cultura politica volta a demolire il relativo potere politico e d’interdizione conquistato dalla classe lavoratrice nel secolo scorso. Oltre all’eliminazione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori con conseguente impossibilità di opporsi ai licenziamenti, abbiamo sentito ripetutamente, in molteplici occasioni, Matteo Renzi enunciare la necessità di contrarre il diritto di sciopero. Egli veniva supportato, in questa ripetizione, dagli esponenti più estremisticamente neoliberisti del suo inner circle: ad esempio Davide Serra e Oscar Farinetti.
Dunque, la sinistra liberal esprime oggi una prospettiva politica volta all’abolizione di quel poco di potere politico che la classe lavoratrice dell’Europa occidentale aveva conquistato nel secolo scorso.
Proprio come il fascismo che, nel 1926, abolì il diritto di sciopero.

2) Non sapendo come reagire alla perdita di consenso presso le masse popolari, la sinistra liberal sta marciando a passo spedito verso una prospettiva negante il principio costituzionale di sovranità popolare (vedi Eugenio Scalfari in vari editoriali, a partire dal 2016 sino a oggi) e, soprattutto, volta all’abolizione del suffragio universale.
Teorici liberal americani come il politologo Jason Brennan e la economista Dambisa Moyo, sostengono apertamente che, al fine di evitare che le masse popolari votino “in modo sbagliato” e cioè per le formazioni populiste, è necessario delimitare il diritto di voto ai cittadini più informati. In tal modo, i liberal potranno tornare a vincere e, lasciando il diritto ai più istruiti, secondo questi teorici vi sarà sì discriminazione di classe, ma non di etnia od orientamento sessuale.
Queste tesi, in Italia, sono ben lungi dall’essere inascoltate. Brennan, per esempio, ha ottenuto per l’edizione italiana del suo libro Contro la democrazia la prestigiosa introduzione dell’influente membro della Corte Costituzionale Sabino Cassese. D’altro canto, ciascuno è libero d’interrogare, in qualsiasi momento, un campione di propri amici di orientamento liberal: come nel mio caso, egli forse scoprirà quanto sia consistente e crescente il numero di coloro che si dichiarano concordi con l’idea di abolire l’universalità del suffragio.
Proprio come il fascismo che, nel 1934, ridusse di circa tre milioni gli aventi diritto al voto e istituì il sistema elettorale plebiscitario.

3) La sinistra, fino a quindici anni fa, scendeva in piazza contro le guerre di aggressione volute dagli Stati Uniti ai danni di altri paesi. Ciò avveniva per difendere il principio del diritto internazionale, dunque anche in casi – come l’Iraq nel 2003 – in cui gli Stati aggrediti erano retti da dittature.
Quando nel 2011 la Nato muove una guerra di aggressione contro la Libia sulla base d’un pretesto poi rivelatosi una fake news (fonte: Limes e Repubblica in vari articoli del 2011), tutta la sinistra si schiera dalla parte degli aggressori e dalla parte del diritto, da parte degli Stati Uniti, di bombardare quei paesi che essi considerano dittature.
Nel 2014, scoppia la guerra civile ucraina, fomentata e finanziata dagli Stati Uniti (fonte: il Segretario di Stato John Kerry in un’intervista del 2016). Le formazioni politiche e l’opinione pubblica della sinistra si schierano, compattamente, a favore dell’insurrezione filo-Nato e contro la Russia. Il fatto che le piazze ucraine siano egemonizzate da formazioni apertamente neonaziste come Svoboda e Pravy Sektor, non costituisce per gli esponenti della sinistra – quella stessa sinistra che accusa oggi di “rossobrunismo” gli avversari – alcun motivo d’imbarazzo.
Sempre nel 2014, si accende la crisi siriana. Anche in questo caso il fatto avviene per decisione statunitense: gli americani decidono di finanziare e armare le formazioni del terrorismo islamico per destabilizzare il paese e farne cadere il governo (fonte: documento ufficiale e secretato del Pentagono, fatto diffondere nel 2015 da alcuni senatori repubblicani). Anche stavolta, tutta la sinistra – dal PD sino a parte dei centri sociali – si schiera a favore dell’aggressione Nato.
Nel corso della crisi siriana, le fake news di propaganda imbastite dagli apparati militari americani, vengono divulgate pedissequamente da quotidiani e telegiornali, senza che venga mai svolta una sola verifica preliminare. Tutto questo raggiunge il suo punto apicale nel marzo 2018, con l’accusa al regime di Assad di fare uso di armi chimiche contro la popolazione civile. L’opinone pubblica di sinistra chiede e invoca i bombardamenti Nato sulla Siria e questi, un mese dopo, si verificano pur riducendosi, fortunatamente, ad azione dimostrativa.
Negli Stati Uniti, gli oppositori liberal alla Presidenza di Donald Trump enunciano a chiare lettere la volontà di arrivare a un confronto militare diretto tra Nato e Russia.
Dunque, la sinistra liberal esprime un’idea delle relazioni internazionali fondata sul principio di sopraffazione del più forte e sulla guerra.
Proprio come il fascismo, il cui Duce enunciava, nel 1933: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla”.

Conclusioni: verso l’autocensura?

A conclusione di questo intervento, non saprei dire se e per quanto tempo potrò continuare a svolgere attività di analisi politica sui social network o altre iniziative pubbliche.
Un articolo come quello che avete appena letto – quantunque esprimente memoria storica antifascista, quantunque duramente critico su alcune parti dell’agenda di governo Lega-M5S – verrà sicuramente accolto da alcuni liberal come “fascista” o “complice del fascismo” perché contrario ai loro dogmi e perché osteggiante il loro fanatismo.
Utilizzando lo strumento della menzogna, della pubblica gogna e della diffamazione, i liberal potrebbero benissimo scatenare una campagna contro il sottoscritto come, del resto, stanno già facendo con altre figure critiche più note di me.
Alcuni, ebbene, possono reggere un attacco di questo tipo. Altri che magari, come nel mio caso, hanno una condizione professionale collegata a relazioni diplomatico-istituzionali molto flebili, potrebbero benissimo subìre conseguenze negative sul lavoro e, quindi, essere costretti con la forza a desistere dal continuare a esprimere opinioni.
Vada come vada, ho spiegato come il nemico di classe – e della sfera umana complessivamente intesa – sia oggi in primo luogo la costellazione liberal, in quanto espressione diretta e pedissequa dell’ideologia liberista-globalista.
Le formazioni politiche populiste, invece, rappresentano una necessità storica dovuta al fallimento dell’ideologia liberista-globalista. Questo, però, non significa ch’esse siano la risposta adeguata ai fini di una reale inversione di tendenza. Di più: quando le formazioni populiste dimostrano – come negli esempi da me elencati più sopra – piena continuità con quei paradigmi neoliberali che ci hanno condotto al disastro, esse vanno finanche avversate e contrastate.
La speranza è che, dopo questa fase di contrapposizione fra globalismo e sovranismo che ha visto, almeno sul piano teorico, la vittoria del secondo o, per meglio dire ancora, la perdita di egemonia del globalismo sulla società, nel prossimo futuro l’asse della discussione dovrà spostarsi. La speranza è ch’esso si sposti verso una dicotomia più pertinente all’economia politica, ovvero verso l’assai più puntuale contrapposizione fra liberismo e socialismo.
Fino ad allora, manteniamo una posizione autonoma. Facciamo ritirate strategiche quando c’è il rischio di essere bruciati vivi. Teniamo aperta la prospettiva della ragione, della mediazione, della contraddizione.