Dambisa Moyo: un’altra voce “di sinistra” a favore dell’abolizione del suffragio universale

Articolo del 23 luglio 2018

Nei giorni scorsi, ho scritto vari interventi sul politologo americano Jason Brennan e mi sono altresì occupato di lui nel varietà teatrale Dugongo Show.
Come qualcuno ricorderà, nel suo ultimo libro Contro la democrazia Brennan sostiene la necessità di restringere il diritto di voto e lasciarlo solo ai cittadini più informati, onde evitare che la massa voti in modo “sbagliato”; cioè onde evitare ch’essa voti per Trump, per la Le Pen, per il Movimento 5 Stelle, per la Lega, per la Brexit e, insomma, per tutto ciò ch’è osteggiato dalla sinistra liberal.
Subito, qualche mio contatto per l’appunto liberal, ha provato a minimizzare alludendo all’ipotesi che quella di Brennan sia una voce isolata. Ma la recensione incensante al libro fatta da Corrado Augias, il prestigio insito nell’ottenere una prefazione del costituzionalista Sabino Cassese per l’edizione italiana di Contro la democrazia, indicano tutto fuorché il fatto che Brennan sia isolato.
Ora, si unisce a Brennan una nuova voce che apprendo oggi essere molto influente negli Stati Uniti: quella della economista Dambisa Moyo. Collaboratrice del Washington Post e del Financial Times, molto popolare entro la costellazione liberal, anche la Moyo sostiene la necessità di delimitare il diritto di voto ai cittadini più informati.
Proprio come Brennan, l’economista afro-americana ci tiene a specificare che quest’idea non inficia affatto l’egualitarismo dei diritti liberali. Quello che conta, secondo entrambi, è infatti che non ci siano discriminazioni per genere, razza e orientamento sessuale. Le distinzioni giuridiche e di cittadinnza legate alla classe sociale, invece, sono per questi teorici liberal una necessità auspicabile.

So che molti di voi non sono d’accordo ma questa, oggi, è la sinistra.
Potete anche sgolarvi a dire che si tratta di una destra camuffata, ma io credo sia una battaglia persa in partenza.
Quest’area che vuole sottrarre i diritti di cittadinanza alle classi povere, quest’area ancora egemone sui media mainstream, è la medesima area che qualifica come “di destra” o “fascista” tutto ciò che dissente dai suoi dogmi.
Dunque, è altamente improbabile che socialisti e marxisti possano battere i liberal in una battaglia politica finalizzata a definire la titolarità della parola “sinistra”: ci sono buone ragioni per ritenere che i secondi vincerebbero e che, dunque, il gioco non valga la candela.
Piuttosto, sempre dagli Stati Uniti arriva una notizia diversa: alle primarie del Partito Democratico per le elezioni del Congresso, nel distretto del Bronx, ha vinto la candidata della corrente socialista di Bernie Sanders, la ventottenne Alexandra Ocasio-Cortez.
Io non so cosa figure come Jeremy Corbyn o Bernie Sanders potranno fare nel prossimo futuro. Ma so che, per il momento, esse esprimono posizioni che, in Italia, verrebbero definite rossobrune: Corbyn ha detto che l’immigrazione senza regole è funzionale allo sfruttamento e all’abbattimento dei diritti del lavoro; Sanders ha invece sostenuto che quella dell’abolizione dei confini è una “prospettiva di destra”.
Se a questo uniamo la recente dichiarazione della sinistra francese di Jean-Luc Mélenchon di esclusdere qualsiasi alleanza coi partiti socialisti tradizionali convertiti al neoliberismo, ecco che il quadro che si prospetta non è tanto quello d’un recupero della parola “sinistra” da parte dei marxisti, bensì quello di uno spostamento delle categorie dello scontro politico: dalla diade destra vs. sinistra a quella neoliberismo vs. socialismo.