Sull’insegnante antifascista licenziata e sulla carenza di dibattito sui temi del diritto

Articolo del 16 giugno 2018       

A volte, bisogna dire la propria anche sapendo in anticipo che la maggioranza dei propri contatti attivi sarà in disaccordo.
Questo è uno di quei casi.
La maggior parte di coloro che mi leggono abitualmente e che apprezzano le mie analisi, infatti, stavolta dissentirà da quello che dico.

Il caso di Lavinia Flavia Cassaro, la maestra licenziata per le intemperanze espresse durante una manifestazione antifascista, viene letto da tutti entro una logica gregaria e di appartenenza. A tutti sembra sfuggire, cioè, il fatto che i temi inerenti al diritto necessitino d’una lettura che sia al contrario trasversale e distaccata.
Anzi, direi di più: si possono leggere online tanti bei discorsi sull’economia, sulla geopolitica, sulla composizione di classe e finanche sui modelli socio-economici socialista e liberale.
Sul versante del diritto, invece, mi pare che il dibattito languisca di brutto. Né potrei essere io a colmare tale vuoto, giacché sul diritto non ho alcuna preparazione specifica.
Quantunque estraneo alla materia, però, ho basi sufficienti di teoria politica per capire che il diritto norma gli scambi economici, ordina preliminarmente le istituzioni e, infine, si colloca a regolatore dei rapporti di forza fra le classi sociali. Dunque, il fatto che in questa fase storica la discussione sul diritto esista a livello accademico ma non penetri nella comunicazione di massa e nel dibattito pubblico, rappresenta a mio parere una criticità grave e rilevante.

Se siete di sinistra e giudicate negativamente questa notizia di licenziamento perché vi leggete una repressione dell’antifascismo, dico che vi sbagliate.
Se siete di vario orientamento e giudicate positivamente questa notizia perché vi sentite ostili alla sinistra antagonista e alle sue modalità di stare in piazza, dico che vi sbagliate.
Siamo dinanzi a un caso di giurisprudenza, cioè dinanzi a una scelta giuridica che farà da precedente, da norma futura. E il valore giurisprudenziale è trasversale: riguarda tanto gli antifascisti quanto gli avversatori della sinistra antagonista.
Il punto è che, quando si stabilisce un precedente che mescola piano dell’attivismo politico e piano lavorativo, sappiamo come il processo si sia avviato ma assolutamente non sappiamo, oggi, a quali sviluppi esso potrà portare.

Durante una contrapposizione di piazza, come sapete, un’insegnante ha augurato la morte a dei poliziotti. Esattamente nello stesso modo ho personalmente sentito esprimersi, decine di volte, gli agenti del reparto Celere nell’imminenza d’uno scontro. Questo per dire, semplicemente, che le contrapposizioni di piazza scaldano gli animi di tutti coloro che vi prendono parte.
Ma dove si colloca la soglia che discrimina un modo di stare in piazza rispetto a un altro? Quand’è che, esattamente, dovrebbe scattare il giudizio di illeggitimità? Se l’insegnante si fosse limitata a gridare “vaffanculo”, sarebbe stato maggiormente accettabie?
La verità è che rispetto a quali forme dell’attivismo politico siano lecite e quali no, la decisione non può che essere arbitraria. Soprattutto spetta alla Digos stabilire se nel corso di una manifestazione siano stati commessi illeciti, non all’ambito di lavoro dei singoli cittadini che manifestano.
Questo precedente implica che, domani, potrebbe incorrere in licenziamento chi tirasse monetine a un politico; dopodomani, potrebbe essere l’insegnante che si mette a fare il saluto romano in piazza; più avanti ancora, chi esprime il concetto di sovranità nazionale o contesta duramente l’Unione Europea.
Se il piano della sanzione penale verso l’attivismo politico e il piano della valutazione professionale rimarranno sovrapposti, i prossimi a cadere sotto i colpi di tale sovrapposizione potrebbero essere quegli stessi che ora si compiacciono perché il fatto è accaduto “agli altri”.