Quella volta che volevano regalarmi i garofani

Articolo del 6 giugno 2018

Nel periodo 2001-2002, ero un autonomo dei centri sociali che partecipava agli scontri di piazza ma, al contempo, avevo preso a collaborare con le istituzioni – la Regione Emilia-Romagna, in particolare – per mettere in piedi uno sportello di consulenza per precari e freelance.
Questo ha significato, altresì, che per diversi anni io abbia svolto conferenze e dibattiti al fianco di politici locali di peso. Conferenze e dibattitti di quelli con le acque minerali e le targhette coi nomi dei relatori visibili sul tavolo, conferenze e dibattiti col buffet abbondante e costoso.
Quella frequentazione, unitamente all’aver ottenuto finanziamenti pubblici regionali abbastanza corposi, fece sì che il giorno dell’inaugurazione a Bologna del succitato sportello per precari e freelance, alcuni amici/compagni avessero progettato lo scherzo di presentarsi con un mazzo di garofani rossi da donarmi.
Il senso dello scherzo era: con questi intrallazzi che hai con le istituzioni, tu rischi di fare come quelli della sinistra extra-parlamentare degli anni ’70 che, nel decennio successivo, si sono convertiti al craxismo e han fatto i rampanti nel PSI.
Alla fine, quegli amici desistettero dal fare lo scherzo e si limitarono a riferirmelo come idea. Io però li rimproverai dicendo loro che non avrebbero dovuto cambiare programma, giacché a me quello scherzo avrebbe molto divertito.
Comunque di lì a poco – cioè intorno al 2005 – accadde che l’Assessore che mi sosteneva lo sportello ricevette l’intimazione da parte dei sindacati confederali locali di smetterla di finanziare me e altre associazioni impegnate sul fronte del lavoro precario (quantunque io non facessi alcuna concorrenza a Cgil e compagnia). Così, alla fine dovetti chiudere lo sportello di consulenza, quantunque avessi raggiunto 2.000 iscritti nella sola città di Bologna.
Parimenti, i miei rapporti con politici, assessori e affini, da confindenziali si fecero repentinamente formali e distanti, ovvero come sono rimasti fino a oggi.
Talvolta, nei momenti di difficoltà economica, mi chiedo se in fondo non avrei voluto che quegli amici che volevano regalarmi i garofani rossi avessero ragione sul mio “craxismo”.
Se avessi fatto carriera nel settore della pubblica amministrazione o del privato a essa collegato, avrei dovuto smettere di fare teatro, quindi oggi come oggi non rimpiango nulla.
Però, mi chiedo: se la vita mi avesse portato a una condizione lavorativa in cui non si sta in ansia per le bollette arretrate, se alla fine avessi avuto l’opportunità concreta di fare il “craxiano” e il rampante, il mio pensiero politico sarebbe tale e quale a oggi?
In prima battuta mi verrebbe da rispondere di sì. Ma posso esserne sicuro al 100%?
Non dico che se avessi preso quella strada oggi sarei come quei borghesi di sinistra che chiamano “plebe” gli operai e i disoccupati però, forse, sarei uno di quelli che pensano che, se non esistesse Salvini, l’Italia non avrebbe alcun tipo di problema e questa società sarebbe la migliore possibile e concepibile.
Vabbè, allora meno male che è andata com’è andata.