Politica estera e patriottismo: il piccolissimo dettaglio che sfugge alla sinistra

Articolo del 13 giugno 2018

Dal momento che il dibattito politico online è ormai in prevalenza composto da branchi di scimmie urlanti che si fronteggiano, ogni qualvolta io voglia scrivere di attualità mi trovo costretto a dover riassumere daccapo la mia posizione politica. Dunque, ri-eccola qua.

Su alcuni punti programmatici, mi sento profondamente ostile all’attuale governo: penso, in particolar modo, alle politiche riguardanti la giustizia e a quelle riguardanti la tassazione.
Per quanto riguarda il tema dell’immigrazione, sono certamente d’accordo con l’idea di bloccare l’infame traffico dei nuovi negrieri; ma la strategia adottata da Salvini – concentrata sulle navi in arrivo anziché, come Minniti nell’ultima fase del suo mandato, su accordi coi paesi centrafricani – mi sembra fastidiosamente spettacolare, eccessivamente polarizzante e, quindi, potenzialmente controproducente sul lungo periodo.

Fatto il riassuntino per le scimmie onde evitare che quest’ultime bercino “allora stai coi leghisti!”, vengo al punto e cioè al fatto che delimitatamente alla politica estera, invece, questo governo mi ha fatto sentire rappresentato in più di un’occasione.
Ciò si è verificato, in primo luogo, quando il premier Giuseppe Conte ha annunciato l’intenzione di chiudere con la stagione delle sanzioni alla Russia. Questo non per una posizione, come direbbero le scimmie, di tipo “filo-russo”; bensì perché l’Italia non ha alcun motivo di confliggere con la Russia ed è assurdo che, negli ultimi quattro anni, il nostro paese abbia invece preso parte a uno scontro del tutto contrario ai propri interessi, solo perché ordinatole da Unione Europea e Stati Uniti.
La seconda occasione in cui mi sono sentito rappresentato si è verificata ieri. Al netto delle succitate grosse riserve nei confronti del modus operandi di Salvini, certamente trovo inammissibile che un governo come quello francese – che tiene le frontiere chiuse da anni – possa permettersi di definire “vomitevole” la posizione dell’Italia per il fatto che quest’ultima non intende più sobbarcarsi l’onere di assorbire il 70% degli ingressi verso l’Europa (dato dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, relativo al 2017). Dunque, bene ha fatto il governo italiano a reagire dando dell’ipocrita a quello francese e minacciando, altresì, l’annullamento del vertice italo-francese previsto per venerdì.

Alle persone di sinistra che osteggiano questo governo ma non sono afflitte da ottusità identitaria, vorrei a questo punto porgere una domanda: ma davvero, sul piano della politica estera, vorreste ritornare alla situazione precedente?
Davvero vorreste che al governo tornasse una figura come Emma Bonino che, con serafica sincerità, ha ammesso esplicitamente che l’aumento del flusso migratorio in Italia, negli ultimi anni, è stato dovuto non a una fatalità bensì a una precisa scelta politica del governo italiano?
Davvero vorreste che tornasse uno come Paolo Gentiloni che riceve a Palazzo Chigi un finanziere come George Soros che, in un’intervista del 2015, ha candidamente ammesso di stare impegnandosi per lo scoppio d’una guerra aperta Nato-Russia su suolo europeo?
Davvero vorreste che tornasse un personaggio come Giorgio Napolitano che nel 2011, a fronte di una strategia della Francia di attacco frontale agli interessi economici italiani in Libia, ha svolto il ruolo di alleato interno d’un paese straniero?
Ecco, una figura come Napolitano – che nel tempo è stata alleata di chiunque, purché appunto fosse straniero – riassume meglio di altre il grado di idealismo ed estremismo che ha investito la classe dirigente italiana negli ultimi trent’anni. Una classe dirigente che, del fatto di prendere ordini da istituzioni sovranazionali e da paesi stranieri, ne ha sempre fatto un vanto. Essa ha sempre espresso, cioè, una filosofia nata all’insegna dell’auto-razzismo, fondata sull’idea che l’Italia debba essere assoggettata a un “vincolo esterno” perché incapace di governarsi.
Questo estremismo, ha dunque portato alle conseguenze tanto folli quanto logiche di una classe dirigente che agisce apertamente contro gli interessi strategici dell’Italia, contro la Costituzione della Repubblica, contro quella popolazione che teoricamente dovrebbe rappresentare.

Già, la popolazione: qui sta il punto che la sinistra liberal proprio non coglie o fa finta di non cogliere.
La rivoluzione francese non è stata fatta all’insegna del disprezzo verso l’essere francesi, né la rivoluzione russa è stata fatta a partire dallo slogan “immigrati, salvateci dai russi”: al contrario, tutte le dinamiche socialmente progressive, rivoluzionarie o riformiste, che hanno investito la contemporaneità, sono state internazionaliste e al contempo patriottiche.
Il disprezzo per l’Italia e gli italiani che la cultura di sinistra oggi ostenta, infatti, è coevo dell’attuale fase neoliberista, quella della distruzione dei diritti sociali; ed è coevo altresì del globalismo, dottrina che – a differenza dell’internazionalismo del Novecento, che difendeva le sovranità nazionali – volge a modellare ugualmente tutti i paesi sulle esigenze dei mercati.

Ma dicendo questo, ancora non abbiamo colto il punto, ancora non abbiamo messo a fuoco il piccolissimo dettaglio che l’opinione pubblica di sinistra non riesce a vedere.
Perché, insomma, sto qui sostenendo la tesi per cui un governo come quello gialloverde pieno di gravissimi difetti ma comunque un po’ più  “italiano” nella prospettiva e nella visione, è comunque meglio d’un governo di centrosinistra volto alla cessione di sovranità a organismi sovranazionali e/o a paesi stranieri?
Beh, il motivo – il piccolissimo dettaglio che sfugge alla sinistra – non ha nulla a che vedere con le concezioni spiritualistiche o storico-identitarie della Patria e della Nazione.
No, si tratta di qualcosa di infinitamente più semplice.
In breve, un governo patriottico, in democrazia, risponde alle istituzioni patrie. Ovvero risponde agli organismi elettivi, cioè a quelle istituzioni nazionali i cui rappresentati sono stati eletti dal popolo con suffragio universale.
Un governo che risponde agli ordini degli organismi sovranazionali e/o a quelli di paesi stranieri, invece, sposta l’ambito del potere decisionale al di fuori delle istituzioni elette dal popolo.
Dunque, la necessità del patriottismo in questa fase storica, è collegata molto banalmente al persistere o meno del potere costituente basato sulla sovranità popolare, ovvero al persistere o meno della democrazia.