La sinistra liberal e l’ammissione della sconfitta storica: Carlo Calenda

Articolo del 27 giugno 2018

Esiste il diritto a sentirsi dalla parte della ragione, anche quando si viene sconfitti dalla Storia. Ciò non toglie, naturalmente, che le sconfitte storiche vadano comunque riconosciute ed elaborate.
Dunque, qui non parlo di torto o ragione in termini assoluti, bensì nei termini più limitati e contingenti di vittoria o sconfitta storica.
Orbene, il possibile nuovo leader del PD Carlo Calenda, malgrado abbia proprio ieri parlato di voler creare un fronte “antisovranista”, in questo intervento su Il Foglio chiude invece i conti – almeno sul piano teorico – prorpio con la dicotomia che ci ha accompagnati negli ultimi sette anni, ovvero quella tra eurofederalismo e sovranismo. E lo fa ammettendo la sconfitta storica del primo.
Calenda non propone i discorsi-slogan ripetuti a sinistra in questi anni sul fatto che sì, l’euro è fallito e allora, proprio per questo, sarebbe necessario fare gli Stati Uniti d’Europa. No, Calenda prende atto della crisi sia strutturale che ideologica della globalizzazione, prende atto del conseguente processo di ri-nazionalizzazione del mondo, e dunque afferma che occorre: “Promuovere l’interesse nazionale in UE e nel mondo. Riconoscendo che non esistono le condizioni storiche oggi per superare l’idea di nazione. Al contrario abbiamo bisogno di un forte senso della patria per stare nel mondo e in UE.”
Praticamente, siamo di fronte a un’ammissione di sconfitta radicale e implacabile.

Non credo che il centrosinistra riuscirà a capitalizzare quest’autocritica che coinvolge tutto quello ch’è stato il suo impianto enunciativo negli ultimi trent’anni: nella storia, l’arrivare con anni di ritardo alla comprensione dei nodi strategici della propria epoca, è una cosa che si paga e anche per un tempo molto lungo.
Nondimeno, quest’ammissione di sconfitta può senza esagerazione essere definita epocale e segna davvero l’apertura d’una fase completamente nuova.
La vittoria storica del sovranismo certificata da uno dei leader della coalizione politica che l’aveva principalmente avversato, a questo punto, deve diventare base e piattaforma di un rilancio su scala più ampia.
Sette-otto anni fa, in pochi (almeno all’inizio) ci siamo ritrovati a parlare di sovranismo a causa d’un processo di svuotamento delle democrazie e della sovranità popolare messo in atto dal capitalismo finanziario e sovranazionale.
Le forze politiche che in qualche modo si sono rifatte ai temi sovranisti vincendo le elezioni, però, non hanno mai messo in discussione il modello economico che ha generato tale crisi.
Dunque, la vittoria storica del sovranismo e la speculare sconfitta dell’eurofederalismo, non sono altro che il prerequisito d’uno scontro più ampio e cruciale: quello volto ad abbattere il modello neoliberista e a edificare un nuovo modello di socialismo.