Ho fallito, abbandono il campo

Articolo del 28 gennaio 2018       
Nota: l’articolo che segue, rientra nella categoria delle “riflessioni politico-personali” e, dunque, lascia deliberatamente prevalere il piano emotivo su quello analitico. L’autore, in seguito alla pubblicazione di quest’intervento sulla propria pagina-facebook, ha interrotto per tre settimane la pubblicazione di post aventi taglio teorico-politico.

In questi giorni, ho tentato di introdurre dialogo e riflessione analitica nel dibattito politico dei social network.
Più specificamente, ho tentato di far prevalere una lettura sociologica della fase storica: ho cercato di spiegare, cioè, che quest’ultima non è leggibile soltanto a partire dalle formazioni politico-elettorali. Dietro e a sostegno di queste ultime, ci sono movenze sociali, istanze e desideri provenienti da ceti e classi, espressioni in tutto e per tutto autonome della società e dei soggetti, segmenti e settori che la compongono.
Ebbene, ho totalmente fallito.
La dinamica da orde contrapposte di scimmie urlanti, è troppo forte da contrastare e anche, per me, troppo pesante da gestire psicologicamente.
Quantunque io ritenga che dopo la morte tutto ciò che ci compone ritorni a far parte della totalità dell’Universo, per altri aspetti penso ci sia pure un parziale aspetto di verità nel motto secondo cui avremmo una vita sola. Per questo motivo, dunque, non trovo personalmente né spiritualmente auspicabile il vivere una vita di merda.
Dal momento che non faccio politica di professione né sono pagato per scrivere, posso continuare a prendere parte al dibattito politico solo fintanto che questo implica scambi intellettuali fecondi e arricchenti. Così è stato negli ultimi anni: anni in cui ho conosciuto grazie a Facebook non solo persone interessanti, ma anche persone eccezionali.
Ora, però, il clima si è deteriorato in favore d’una polarizzazione ormai assoluta, emotiva e irrazionale di tutte le posizioni politiche. Un deterioramento che mi fa pensare non valga la pena infilarsi quotidianamente in una sì irrespirabile cloaca del pensiero e del linguaggio.
Proseguirò nel mio impegno sociale, ma qui su Facebook solo di tanto in tanto, senza continuità “militante”.
La continuità, invece, la garantirò nel solo modo che mi è davvero e da sempre proprio, ovvero l’ambito del lavoro, ovvero proseguirò l’impegno sociale tramite il linguaggio poetico e/o umoristico del teatro.

Mi limito, in questa sede, a chiarire un solo aspetto di analisi politica: da trent’anni combatto la destra e sono certo che continuerò a combatterla per tutta la vita. Ma di questa impossibilità a comunicare che m’impone oggi – almeno per un bel po’ – a rinunciare al dibattito, attribuisco la colpa in primo luogo alla sinistra.
E’ quest’ultima, infatti, ad aver creato uno spazio di pensiero che estromette i soggetti sociali, le entità vive e materiali che innervano la società. La sinistra ha creato uno spazio iperuranico, una dimensione idealistico-astratta ove si parla di “fascismo” e “razzismo” in termini assoluti e moralizzanti, che sono però avulsi dalla materialità e dalla complessità del sociale, totalmente estranei alla pratica dello sporcarsi le mani con l’inchiesta sociale. Allo stesso modo, la sinistra evoca in continuazione e in termini parimenti idealistico-astratti, quei “migranti” ch’essa – non in assoluto ma certo in larga misura – neppure conosce di persona o frequenta.
Per tutti questi motivi – che trovo altresì riassumibili nella copertina de L’Espresso qui postata – io, nemico della destra oggi quanto e più di ieri, ritengo di non avere più nulla a che fare con la sinistra nominalmente detta.

Voglio vivere una vita a contatto con le entità e i soggetti viventi, con la società concreta e reale e, anche, con lo schifo ch’essa purtroppo e sovente produce.
Voglio vivere lontano dalle sfere idealistico-astratte – e dunque anche dalle falsttà – in cui si è confinato il dibattito politico e, dunque, voglio vivere a contatto con il bìos di uomini e donne in carne e ossa.
Voglio vivere altresì in compagnia degli ultimi e di coloro che, più banalmente, hanno fatto poca carriera nel lavoro e nella vita: queste sono persone che non hanno nessun piano “vincente” di rappresentazione sociale da condividere e, dunque, l’immediatezza della dimensione umana è tutto ciò ch’esse possiedono e che possono offrire.