Due ipotesi sul governo Lega-M5S: da un punto di vista di classe, una è ottimista e l’altra pessimista

Articolo del 1° luglio 2018
Analisi in Tre Movimenti:
1) Come e perché il governo Lega-M5S potrebbe svolgere una funzione positiva di transione storica.
2) Come e perché il governo Lega-M5S potrebbe, al contrario, svolgere una funzione storica regressiva.
3) Come e perché Salvini e la sinistra stiano operando, in perfetta sinergia, per inverare la seconda ipotesi.

1) Come e perché il governo Lega-M5S potrebbe svolgere una funzione positiva di transione storica
Chi si pone dal punto di vista del conflitto classe-capitale, ritengo non possa auspicare la fine prematura di questo governo.
Al di fuori dei singoli temi dell’agenda politica che stanno polarizzando il dibattito pubblico, l’effetto generale che questo governo sta determinando – assai poco per meriti propri e molto più grazie alle istanze sociali che storicamente si è ritrovato a rappresenta – è quello d’una positiva ri-definizione dell’agenda politica.
Questo significa che i dogmi e gli assiomi del liberismo-globalismo – fino a ieri considerati come fenomeni ineluttabili grazie alla concezione deterministica della storia che li accompagnava – sono oggi messi in discussione, innanzitutto da un numero crescente di leader della sinistra.
Così è, per esempio, per l’idealistico progetto di stato unico europeo, praticamente ripudiato – pochi giorni fa – dal dirigente PD Carlo Calenda.
Così è per quei concetti che sono a fondamento dell’esistenza delle protezioni sociali e che, non a caso, sono stati sempre centrali e prioritari per gli internazionalismi socialista e comunista del secolo scorso: patria, confini, sovranità. La demonizzazione di quest’ultima in particolar modo – come ha scritto il dirigente LeU Alfredo D’Attore pochi giorni fa – ha allargato gravemente il baratro comunicativo fra sinistra e ceti poveri.
Così è, infine, per il concetto di “vincolo esterno”. Il centrosinistra aveva maturato, nei decenni, una filosofia di politica internazionale secondo la quale il sottomettere l’Italia a ordini esterni – della UE, della Nato e di altri – fosse un titolo di vanto; questo in nome dell’idealistico disprezzo verso lo stato-nazione in quanto tale. Dal momento che, però, il sottomettersi a ordini esterni ai confini nazionali implicava lo spostare il potere decisionale al di fuori degli organismi elettivi, dalla società non poteva che arrivare, come reazione, la richiesta d’una riacquisizione di sovranità popolare e, dunque, la richiesta di governi che non rispondessero più a ordini stranieri ma solo agli organismi elettivi nazionali.
Questi tre paradigmi – lo stato unico europeo, la dissoluzione di confini e relative protezioni, la sottomissione al vincolo esterno – sono stati per trent’anni consustanziali alla dottrina economica neoliberista, ne hanno costituito le linee centrali d’indirizzo strategico. Invertire la contro-rivoluzione che ha quasi azzerato le conquiste sociali operaie del secolo scorso nonché il principio di potere costituente basato sulla sovranità popolare, implica quindi il perseguire la sconfitta storica dei paradigmi in questione. Per sviluppare e certificare questa sconfitta storica – ch’è già in atto – del modello ideologico globalista-liberista, occorre un periodo di egemonia – non troppo lungo e non troppo breve – di questo governo gialloverde.

2) Come e perché il governo Lega-M5S potrebbe, al contrario, svolgere una funzione storica regressiva
Al netto di quanto appena detto e che riguarda le sfere dell’ideologia e dell’egemonia, c’è poi il giudizio sull’azione di governo in quanto tale. In questo caso, ebbene, la valutazione cambia radicalmente.
Se da una parte il “pericolo fascismo” è solo paccottiglia retorica del ceto borghese di sinistra, nondimeno stiamo assistendo al materializzarsi di una politica che può essere definita, senza enfasi alcuna, come di destra. E nel momento in cui dico “di destra”, intendo qualcosa di più grave dell’usuale significato inerente alla compressione autoritaria della democrazia.
Io penso si possa chiamare “destra”, infatti, ciò che cavalca le contraddizioni sociali, spostando l’attenzione da esse e/o dalle cause e facendola focalizzare su temi esteriori.
Io penso si possa chiamare “destra”, altresì, il distrarre l’opinione pubblica con suddeti temi esteriori, al fine di occultare l’impossibilità o la non volontà di affrontare i nodi strutturali delle contraddizioni.
Nel senso suddetto, quello Lega-M5S potrebbe dunque essere definito un governo di destra.
Da una parte, infatti, vediamo Matteo Salvini polarizzare l’opinione pubblica e l’agenda mediatica intorno al tema dell’immigrazione, con delle modalità che spostano il piano della discussione dal terreno dell’economia politica a quello della morale.
Dall’altra, vediamo Luigi Di Maio ugualmente spostare i problemi dell’economia politica dalla sfera della struttura a quella della sovrastruttura morale, proponendo un argomento del tutto irrilevante per la vita quotidiana delle persone come i vitalizi.
L’opinione pubblica abbocca all’amo e – una volta che il dibattito pubblico risulta onnipervaso da barche delle ONG e vitalizi – nessuno pensa più a quelle questioni macro-economiche che concretamente e quotidianamente incidono sulla vita delle persone. Niente più annunci di discontinuità, cioè, sul fiscal compact o su altre linee d’indirizzo eurofederali. Al contrario, anzi, il Ministro dell’Economia Giovanni Tria si reca al vertice Ecofin garantendo che l’Italia proseguirà con la riduzione del rapporto deficit/Pil, quindi con l’austerity, quindi coi tagli alla spesa pubblica e a quindi con la dissoluzione del welfare: esattamente come i quattro governi precedenti.

3) Come e perché Salvini e la sinistra stiano operando, in perfetta sinergia, per inverare la seconda ipotesi
Nel frattempo media e social network sono monotematicamente focalizzati, ogni singolo giorno, sul tema dell’immigrazione.
Anziché, come il suo predecessore Minniti, puntare a ridurre i flussi senza coinvolgere più di tanto l’opinione pubblica, Salvini punta al contrario a polarizzare quest’ultima sempre di più. Per far questo, egli non disdegna di ammiccare alle pulsioni razziste presenti in una parte del suo elettorato e, dunque, di uscirsene fuori con frasi sprezzanti nei confronti di un’intera etnia, come nel recente caso dei Rom.
La sinistra reagisce in maniera perfettamente funzionale al disegno salviniano di polarizzazione: anziché ricercare una mediazione con quella maggioranza di opinione pubblica che è contraria alla deregolamentazione dei flussi e dell’accoglienza, l’area liberal-progressista risponde con la radicalizzazione estrema delle proprie posizioni. In particolare, l’approccio negazionista verso il tema dei costi sociali dell’immigrazione, viene oggi esasperato: secondo la narrazione della sinistra, l’immigrazione non implica alcun tipo di costo sociale e chi menziona l’esistenza di criticità e problemi è, semplicemente, un razzista.
Dal momento che, però, la parte di popolazione che risente dell’impatto della forza-lavoro immigrata sul mercato del lavoro è numericamente superiore a quel ceto medio-alto o comunque a reddito stabile che compone oggi la sinistra, ecco che il processo di polarizzazione non risulta a somma zero, bensì genera un effetto dirompentemente positivo per Salvini: i sondaggi vedono oggi la Lega, difatti, passare dal 19 al 31% dei voti nazionali.
Se Salvini proseguirà con le provocazioni e la sinistra proseguirà con la linea negazionista sui costi sociali dell’immigrazione, è facile prevedere che questa percentuale aumenti.
In tal caso, a dispetto di quanto esposto a inizio articolo, una fase di egemonia gialloverde non sarà propedeutica a una ridefinizione in senso sociale e democratico dell’agenda politica, bensì porterà a una polarizzazione fondata su pulsioni moralistiche e irrazionali. Ma se questo avverrà, sarà per la duplice azione spettacolarizzante e anti-razionale messa in atto, specularmente, dalla destra e dalla sinistra.
Come ho già detto in altre occasioni, non c’è nulla di più immorale del moralismo.