De-costruzione del dalemismo, ovvero di una certa visione determinista della storia

Articolo dell’11 maggio 2018

Ho letto la trascrozione dell’intervento svolto da Massimo D’Alema, cinque giorni fa, al Congresso Mondiale sul Marxismo svoltosi a Pechino.
L’ho letto e dico subito che no, lo sfoggio di erudizione non basta.
In una fase storica in cui il ceto politico è caratterizzato da un grado d’ignoranza abissale praticamente su tutto, certamente colpisce vedere qualcuno che sa citare i Grundrisse di Marx e i Quaderni dal Carcere di Gramsci.
Ma D’Alema non può pretendere, dopo tutto quello che è successo, che adesso gli venga riconosciuta autonomia di intellettuale. E dico subito che no, non mi riferisco tanto alle sue azioni da premier o da segretario di partito. La gravità e la contraddittorietà che questo intervento implica, risiedono in primo luogo nel piano prettamente teorico.

Per meglio inquadrare l’insieme, però, partiamo appunto dal piano politico: esiste una lettura possibile del dalemismo, che io condivido e che non implica l’attribuzione di malafede ma che, proprio per questo, risulta sotto certi aspetti ancora più aggravante. Suddetta lettura indica il dalemismo come una manifestazione estremista e soggettivista del marxismo italiano; forse la manifestazione più soggettivista in assoluto dopo le BR.
Il soggettivismo è una malattia – che può essere tanto infantile quanto senile – facente sì che l’attribuirsi un ruolo di soggetto storico del cambiamento divenga un enunciato vuotamente autoreferenziale, totalmente immune alla valutazione dei risultati e dei fallimenti storici.
Il dalemismo è stato appunto questo, ovvero è stato un ripetere e un ripetersi addosso – da parte dei post-comunisti italiani, per decenni – la seguente auto-convinzione da setta millenaristica: i processi del neoliberismo capitalista, alla fine, possiamo accettarli e assecondarli perché quello che davvero conta è che poi siamo noi – soggetto storico ancora “comunista” – a governarli e a correggerli.
Orbene, questo machiavellismo presunto che voleva assecondare il capitalismo con l’intento di “fregarlo”, si è rivelato essere un’espressione di velleitarismo politico ai massimi livelli: il dalemismo ha infatti assecondato, guidato e messo la faccia su tutte le dinamiche imperialiste e anti-proletarie degli ultimi decenni, senza mai saper correggere alcunché, senza mai ottenere una vittoria parziale che fosse una e anzi collezionando – uno dopo l’altro – arretramenti di posizione e regressioni devastanti riguardo a ogni conquista sociale e istituzionale realizzata dal movimento operaio nel secolo scorso.

Fin qui la politica.
Poi c’è l’aspetto teorico e qui le cose, se possibile, addirittura peggiorano.
Nell’intervento di cui al link riportato a inizio articolo, D’Alema afferma: “In Marx ritroviamo il rigore di un metodo e la forza di una passione che deve spingerci a non arrenderci allo “stato di cose presenti” e a lottare incessantemente per trasformare la realtà e costruire il futuro”.
Orbene, quel sopra citato velleitarismo dalemiano che sosteneva di voler assecondare le strategie neoliberiste “perché poi l’importante è che siamo noi a guidarle”, nasceva proprio dalla resa allo stato di cose presenti. Le strategie neoliberiste, cioè, venivano interpretate non già come strategie politiche bensì – a partire da un senso di subordinazione ideologica che potrebbe essere oggetto di studio psicanalitico – come percorsi obbligati della storia, come orizzonti di ineluttabilità.
In un primo momento, forse, suddetta lettura d’ineluttabilità poteva essere stata collegata alla valutazione dei rapporti di forza reali e, quindi, se non condivisibile almeno comprensibile. Ma non c’è alcun dubbio sul fatto che, da un certo momento in poi, tutto abbia invece assunto una valenza decisamente più mistico-visionaria.
La globalizzazione è stata infatti interpretata dai post-comunisti, negli ultimi due decenni, in termini rigidissimi di determinismo storico.
L’articolazione europea dell’ideologia globalista – ovvero la prospettiva di uno Stato Unico europeo – è stata assunta con quella stessa foga idealistica con cui, decenni prima, i militanti del PCI enunciavano l’ineluttabilità del crollo del capitalismo. Dunque, si è compiuto un passaggio in cui la visione del mondo idealistico-astratta ha spostato l’oggetto di riferimento dall’Unione Sovietica all’Unione Europea: suddetto spostamento è stato latore, altresì, di una regressione in senso estremista che ha portato a processi di rimozione e negazione delle istanze e dei sentimenti provenienti dalla maggioranza della società e dalle classi disagiate in particolar modo.
Il caso di rimozione e negazione più stridente, si è palesato intorno al tema dell’immigrazione: la sinistra – tra cui D’Alema in moltepici occasioni – ha sposato pedissequamente la prospettiva neoliberista di deregulation dei flussi migratori, negando totalmente che suddetta deregulation stesse provocando gravi costi sociali nei paesi ospitanti.
Tutto nasceva, ancora una volta, da una lettura determinista dei processi storici: l’immigrazione di massa, anziché come fenomeno stimolato e incentivato da concreti e tangibili fattori politici, veniva superstiziosamente interpretata come fenomeno di massa spontaneo; inoltre, essa veniva vista come parte di quel processo generale di circolazione ch’è proprio dell’economia globalizzata e quindi, in quanto tale, come fenomeno non politico bensì “naturale”.
Discorso analogo può esser fatto riguardo all’astrazione, parimenti idealistica, volta all’apologia dell’Unione Europea e, ancor più, del progetto di Stati Uniti d’Europa.
Quando, con l’austerity, il “sogno” eurofederalista si è rivelato un incubo concepito su basi tecnico-finanziarie ch’erano incuranti della sfera umana, la sinistra ha continuato – e continua ancora oggi – a difendere quella prospettiva pur non potendo ormai addurre alcuna motivazione inerente al benessere sociale. Di conseguenza, essa sta giocando la carta terroristica secondo cui un’eventuale sconfitta storica dell’eurofederalismo implicherebbe catastrofi: ma si tratta, chiaramente, d’un gioco in rimessa e puramente retorico.

Concludendo, gli interventi svolti da Massimo D’Alema in questi ultimi anni su tutte le questioni cruciali quali globalizzazione ed eurofederalismo, sono stati caratterizzati da argomentazioni che erano sempre e in ogni caso basate su una concezione determinista e fatalista dei processi storici.
Ora, al riparo della dimensione accademica d’un convegno, D’Alema teorizza invece la necessità di “non arrendersi allo stato di cose presenti”.
E allora bisogna dire no.
Non si può esprimere contraddizione teorica così basilare e così smaccata e pretendere, al contempo, il riconoscimento di uno status autonomo e intellettuale.