Ascanio Celestini che parla di “sovranisti” e la necessità di un nuovo Gaber

Articolo del 2 luglio 2018

Questo collega teatrante enormemente e meritatamente più famoso di me, Ascanio Celestini, interviene in video sul tema della polarizzazione ideologica in atto. Egli dice: “in questo paese stanno diventando tutti… leghisti… sovranisti… insomma fascisti”.
Dunque, Ascanio Celestini – che io sul piano artistico da sempre stimo e per sempre stimerò – utilizza in questo caso parole di cui a quanto pare non conosce il significato.
O meglio: egli assume quel significato che gli viene restituito, di rimando e falsatamente, dalla lettura del quotidiano Repubblica o da ambiti analoghi.
Ora, politicamente ognuno può pensarla come vuole e schierarsi come se la sente, ma credo ci sia un principio deontologico al quale sia inamissibile sottrarsi: un artista che voglia oggi essere impegnato politicamente, deve stimolare il pensiero critico, non può limitarsi a eccitare una tifoseria. L’arte teatrale, dai tempi di Eschilo, costituisce un rispecchiamento critico che la società produce su se stessa. Il tifo, per definizione, è invece negazione del pensiero critico. Un artista dovrebbe, oggi, come minimo saper leggere tanto il marcio esistente a destra quanto quello esistente a sinistra.
Per far questo, l’artista suddetto deve studiare gli argomenti che affronta, deve sudare sui libri. Quando egli decide di utilizzare un termine come “sovranista”, quindi, è perché egli conosce il portato storico e semantico della parola, non perché stia procedendo per sentito dire.
In sintesi, la relazione tra arte e impegno richiede, oggi, un certo grado di competenza intellettuale.
Una competenza come quella di Giorgio Gaber: come quando, nel 1972, questi annunciava con quarant’anni di anticipo che il potere politico, in Italia, si sarebbe trasferito da un’èlite politica a un èlite tecnica (La presa del potere); oppure come quando, nel 1983, egli prendeva un intero capitolo del libro L’America del sociologo Jean Baudrillard e lo trasformava in una canzone (La massa).
Ecco, senza pretendere che possano riemergere talenti altrettanto elevati, occorre che oggi s’insedi nello scenario teatrale qualcosa in grado di svolgere la medesima funzione di Gaber: qualcosa di magari meno eccellente sul piano artistico ma che sappia render conto, proprio come Gaber, del necessario connubio tra arte d’impegno civile, preparazione intellettuale e conseguente autonomia dagli schieramenti.