La Casa di Carta: una serie tv all’assalto dell’Unione Europea

Dopo aver completato la visione delle due stagioni della serie tv spagnola La Casa di Carta, sono rimasto piuttosto scioccato nello scoprire che, diversamente da quanto avrei potuto intuire dalle prime puntate, si tratta di un’opera con un preciso intento politico-propagandistico.
Per chi non lo sapesse, la trama è incentrata su un assedio della polizia alla Zecca di Stato spagnola, dove sono asserragliati con ostaggi alcuni rapinatori. Questi non intendono semplicemente rubare: utilizzano i macchinari della Zecca per fabbricare banconote dai cinquanta euro in su, arrivando infine a stampare mille milioni.
Fin da subito, sceneggiatura e regia si strutturano in modo tale da creare immedesimazione coi rapinatori da parte dello spettatore.
Se si fosse trattato solo di questo, sarebbe stato un fatto certamente non degno di nota. Ovvero, ci saremmo trovati di fronte a un’ennesima idealizzazione romantica della figura criminale che invece, chiunque nella vita il mondo criminale abbia avuto modo di conoscerlo direttamente, sa bene essere totalmente avulsa dalla realtà nonché eticamente discutibile, giacché suddetto mondo si basa in larga misura sullo sfruttamento del lavoro.

Le ultime due puntate, però, rivelano che la scelta di protagonisti criminali è simbolicamente funzionale a un discorso più ampio di apologia della sovversione sociale. Specificamente, l’oggetto di suddetta sovversione si scopre essere, nella penultima puntata della seconda stagione, la rete di potere bancario-finanziario su cui si regge l’Unione Europea.
Prima di quel momento, vi è in effetti un altro acenno “euroscettico”: durante uno scambio di battute, due dei protagonisti convengono sul fatto che l’euro sia destinato a scomparire nel prossimo futuro. Ma fin qui si tratta, appunto, solo di un breve accenno.
Ben diverso è lo scenario che si presenta nella succitata penultima puntata. I due amanti-antagonisti della serie – il capo della banda dei rapinatori e l’ispettrice di polizia che li contrasta – giungono a un confronto politico. Il capobanda soprannominato “il Professore”, spiega alla poliziotta che l’idea d’impadronirsi dei macchinari della Zecca sia speculare a quanto fatto di recente dalla Banca Centrale Europea. Quest’ultima, infatti, ha creato dal nulla montagne di moneta circolante che, a fronte della crisi finanziaria internazionale, sono finite quasi esclusivamente nelle casse delle banche e delle classi ricche. In breve, il rapinatore enuncia il principio – molto in voga nella sinistra extraparlamentare dei decenni passati – di riapproprazione proletaria.
Così, l’ispettrice di polizia si convince e si schiera dalla parte della banda di rapinatori. Questi ultimi, al prezzo di due morti tra le loro fila e senza uccidere alcun ostaggio, vincono e portano il colpo a segno.

Ora, qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte all’idea di attaccare l’Unione Europea utilizzando un meccanismo narrativo volto a un’apologia della sovversione. Qualcuno potrebbe infatti obiettare che, essendo le direttive eurofederali quasi sempre illegali rispetto alle Costituzioni dei singoli paesi, porre uno scontro con le medesime entro un’ottica illegalista sia controproducente.
Ebbene, io invece ritengo che, in uno scontro ideologico frontale come quello in cui siamo immersi, occorra essere un po’ spregiudicati e saper assestare anche i colpi bassi. In altre parole, se la figura del rapinatore presenta una maggiore forza mitopoietica e se il risultato finale consta dell’avere un prodotto culturale di largo consumo generante ostilità verso le anti-democratiche istituzioni eurofederali, ben venga la narrazione incentrata sulla banda criminale.
E ben vengano espedienti retorici come quelli nel video sottostante: al terzo minuto, vediamo uno dei rapinatori protagonisti buttarsi in uno scontro a fuoco con la polizia per coprire la fuga dei propri compagni. Nel mentre che questo accade, la regia manda in sottofondo “Bella Ciao”, cantata con accento spagnolo. Il rapinatore è alla fine inquadrato a terra, morto, mentre la voce cantata fuori campo intona: “e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà”.
Saper essere spregiudicati, saper assestare colpi sotto la cintura: lo scontro ideologico-culturale fra costituzionalismo ed eurofederalismo non è un pranzo di gala.