Il concetto di autonomia operaia al tempo del populismo

Articolo del 12 marzo 2018

 

L’autonomia operaia ieri…
Tanto per cominciare, che cosa significa “autonomia operaia”?
Trattasi d’una delle categorie fondative di quel filone di pensiero e di prassi politica con cui l’Italia ha fornito, a livello mondiale, un influente contributo alla teoria marxista, vale a dire l’operaismo.
Il concetto di autonomia operaia – è bene ricordarlo – compare nella produzione teorica dell’operaismo già dieci anni prima della nascita, nel 1976, del movimento politico denominato Autonomia Operaia Organizzata.
Nelle parole del filosofo Mario Tronti, il tema del rapporto tra classe e autonomia è difatti così esplicato: “Lo sforzo del capitale è di chiudere entro la relazione economica il momento dell’antagonismo operaio, incorporando il rapporto di classe nel rapporto capitalistico, come suo oggetto sociale. Lo sforzo di parte operaia deve all’opposto tendere continuamente a spezzare proprio la forma economica dell’antagonismo” (M. Tronti, Operai e Capitale,1965).
Dunque, secondo questo paradigma, la classe operaia doveva “uscire da se stessa”, dal rapporto direttamente economico e, così facendo, divenire soggetto politico autonomo e che della politica sa definire priorità, agenda, strategia.
Questo, storicamente, ha implicato una cesura rispetto alla concezione che il marxismo classico aveva del rapporto tra movimenti di massa e avanguardie, ovvero ha implicato il delegare “la strategia alla classe, la tattica al partito”. Secondo tale visione era infatti la classe, nella sua condizione immediatamente ontologica, a sapere individuare per prima e con maggiore chiarezza le contraddizioni del capitalismo, i nodi conflittuali della fase ai quali attribuire priorità. Le organizzazioni politiche d’avanguardia, quindi, dovevano limitarsi a fornire supporto organizzativo e tattico-militare alle linee d’indirizzo indicate autonomamente dalla classe.

Sul piano della traduzione politica, sappiamo che questa prospettiva è stata sconfitta. Soprattutto in ragione dell’egemonia, durante il Movimento del ’77, della specifica interpretazione teorico-politica dell’operaismo formulata da Toni Negri. Infatti, laddove Tronti teorizzava che l’autonomia dovesse rifondare la politica in senso operaio ai fini dell’egemonia, Negri traduceva invece il paradigma autonomo in termini di contrapposizione irriducibile tra società e Stato. Posizione in qualche modo “anti-politica” che è poi proseguita fino ai giorni nostri, con Negri e pensatori a lui affini che appoggiano la globalizzazione capitalista in quanto livellatrice di quegli strumenti di mediazione politico-istituzionale – welfare nazionale, Costituzioni, organizzazioni di massa del lavoro – che oggi come allora, secondo la loro visione, imbriglierebbero e depotenzierebbero la libera espressione del sociale.
Ma di questo filone del marxismo che approda, per inusuali strade, alla concezione neo-liberale di “Stato minimo”, ne abbiamo già parlato in altra occasione.
Quello che importa in questa sede analizzare, invece, è se del paradigma dell’autonomia operaia fosse corretto o meno l’enunciato-cardine, ovvero quello che indicava di delegare “la strategia alla classe”.
Ebbene, mettendo da parte le scelte politiche in cui tutto si è poi articolato fallendo, se per “strategia” intendiamo – nel senso teorico originario – la maggiore capacità della classe rispetto alle organizzazioni politiche d’individuare la tendenza e le contraddizioni della fase, allora vediamo che nella seconda metà dei ’70 la prospettiva autonomo-operaia aveva identificato e anticipato correttamente tutto quello che sarebbe avvenuto nei decenni a venire.
Mentre chi si rifaceva al marxismo classico – PCI e BR in testa – interpretava i rapporti di produzione ancora secondo il criterio unico dell’industrializzazione fordista e dunque del lavoro salariato, in ambito autonomo venivano invece enunciati: a) l’avvento della precarietà e il tendenziale formarsi di due ambiti sociali paralleli, composti da garantiti e da non garantiti; b) la terziarizzazione come fenomeno strutturale, cioè di ridefinizione della composizione di classe; c) la dinamica dello sfruttamento come fuoriuscente dall’ambito strettamente salariale e propagantesi, al pari del lavoro stesso, nella sfera sociale complessivamente intesa.

…e l’autonomia operaia oggi
Orbene, la domanda da porsi è se nella fase storica odierna – una fase che ci fa assistere alla separazione irreversibile fra classe operaia e sinistra politica (laddove “operaia” è ovviamente da intendersi nel senso estensivo e postfordista fin qui indicato) – si stia materializzando o meno una qualche forma di autonomia di classe.
Evidentemente, il fatto stesso di porre la domanda implica la necessità di sbarazzarsi, preliminarmente, di tutte le interpretazioni al momento fornite dalle organizzazioni e dall’opinione pubblica di sinistra. Quest’ultima, composta oggi esclusivamente da ceto medio e medio-alto, attribuisce la separazione tra classe e sinistra a una presunta deriva “a destra” dei ceti popolari. E così, quando va bene, vediamo a sinistra affiorare formule teorico-spregiative come “nazionalismo operaio” (espressione coniata da Franco Bifo Berardi). Quando va male, vediamo un vero e proprio sentimento anti-proletario che – non comprendendo assolutamente il perché i poveri si rifiutino di votare a sinistra – sconfina nel più genuino disprezzo e nel più profondo razzismo sociale.
E si giunge, infine, alla comicità involontaria dei tardo-borghesi di sinistra che, a partire dalla loro condizione di distanza esistenziale e cognitiva dai ceti poveri, enunciano con supponenza: “gli operai oggi non hanno più coscienza di classe”.
Il secondo approccio del quale sbarazzarsi preliminarmente, consta della tendenza a leggere le movenze sociali – e in particolare il variegato fenomeno detto “populismo”, che del sostegno operaio si sostanzia in larghissima misura – in maniera univoca e uniforme.
In questa sede, non intendo soffermarmi in alcun modo su quelle formazioni politiche che sono oggi e a vario titolo definite “populiste”. Mi limito a dire che il mio giudizio su di esse è, per numerose ragioni, totalmente negativo. Il tema del presente intervento, infatti, non è il giudizio politico su Beppe Grillo o su Nigel Farage o su Marine Le Pen: no, suddetto tema consta invece dell’analisi delle istanze sociali che queste figure politiche riescono a intercettare e delle quali si erigono a rappresentanti.
Chiarito questo, possiamo dire che, all’interno della base elettorale e proletaria del populismo, siano massicciamente presenti elementi di ideologia dominante e, per ciò stesso, ostili agli interessi della working class. Un esempio rispetto all’Italia, lo fornisce l’adesione della base del Movimento 5 Stelle ai dogmi neoliberisti sugli “sprechi”, ovvero sulla necessità di tagliare la spesa pubblica; un’adesione all’ideologia padronale, questa, che si verifica malgrado in questi anni di austerity si sia empiricamente evidenziato come i cosiddetti “tagli agli sprechi” implichino, sempre e comunque, soppressione di diritti sociali nonché recessione economica.
Ma l’individuazione di questo dato per cui i poveri fanno propria l’ideologia dei loro nemici di classe, non implica affatto l’esclusione di aspetti ulteriori e recanti significato diametralmente opposto.
Se osserviamo infatti i populismi in un’ottica internazionale, oltre alla composizione operaia come dato costante, vediamo che i temi ricorrenti presso la base elettorale sono la sovranità nazionale e il protezionismo economico.
Ebbene, la ricorrenza di questi temi – non esistendo al momento una “internazionale populista” – non possiamo attribuirla all’elaborazione dei vari Grillo, Trump e Le Pen, bensì dobbiamo considerarla come agenda emanata dalla working class dei vari paesi in ragione della sua diretta, materiale, ontologica e immediata relazione con le contraddizioni della fase. In altre parole, la classe operaia internazionale sta imponendo alle agende politiche dei paesi occidentali – tramite la sua esperienza diretta e immediata delle contraddizioni e tramite il conseguente voto alle formazioni populiste – i seguenti nodi strutturali e le seguenti espressioni di antagonismo di classe:
a) le lotte operaie del XIX e XX secolo hanno generato, al prezzo di molti morti, compromessi con la classe padronale che hanno fatto aumentare il benessere pro capite nonché il potere contrattuale-politico della classe lavoratrice; la riprova del fatto che suddetti compromessi non fossero solo cosmesi sociale bensì autentiche – ancorché relative – espressioni di potere operaio, la fornisce il fatto che il neoliberismo, da trent’anni, attribuisce priorità al loro smantellamento; suddetti compromessi, come si sa, hanno avuto come campo di attuazione normativa le legislazioni degli stati-nazione; nel momento in cui il capitale spinge a una riduzione di potere e, in prospettiva, a un’eliminazione degli stati-nazione per creare un’unica entità amministrativa in Europa, i lavoratori difendono la sovranità nazionale e, con essa, rivendicano il portato materiale, nonché il retaggio di memoria storica, della propria classe sociale e delle conquiste sociali ch’essa ha conseguito e quindi fissato nelle legislazioni degli Stati-nazione;
b) l’attuale deregolazionismo sui flussi migratori, comporta lo svuotare demograficamente e quindi il peggiorare le condizioni dei paesi del Terzo Mondo; al contempo, il deregolazionismo liberista punta esplicitamente ad abbattere costo e diritti del lavoro nei paesi occidentali grazie alla pressione della forza-lavoro importata; la classe operaia europea, opponendosi a questa strategia neo-colonialista, mantiene in vita i principi dell’internazionalismo proletario; principi che ponevano, come obiettivo, la coscienza di classe in quanto rifiuto, nel futuro, dei lavoratori a emigrare dal proprio paese, nonché la solidarietà fra nazioni in quanto principio garantito dalla mutua difesa degli interessi di classe in ciascun paese;
c) il progetto di Stato Unico europeo – così come il progetto di un’unica governance occidentale di qua e di là dell’Atlantico – ha già svuotato gli organismi elettivi dei paesi europei, grazie al Trattato di Stabilità del 2012, del potere di decidere sulle politiche di bilancio; in questo senso, la dimensione euro-federale si può dire abbia già materializzato uno spazio istituzionale di tipo post-costituzionale, cioè derogante al principio di potere costituente basato sulla sovranità popolare; la classe operaia dei paesi europei, richiedendo protezionismo economico contro il deregolazionismo imposto dai Trattati, rivendica di fatto il potere decisionale sulle politiche economiche e, dunque, difende la democrazia costituzionale dalle derive neo-oligarchiche e neo-assolutiste che l’eurofederalismo e il globalismo vogliono imporre.

 

Concludendo…
A conclusione di questa necessariamente inesaustiva trattazione, segnalo un interessante video televisivo che mi pare riassuma, in modo semplice e divertente, una parte dei temi fin qui posti.
Nel video sottostante, vediamo il conduttore televisivo Diego Bianchi detto “Zoro” intervistare un operaio della Fiat. Questi spiega all’intervistatore come – pur avendo chiara consapevolezza del fatto che Luigi Di Maio sia persona culturalmente di destra – abbia deciso alle ultime elezioni di votare M5S. Poi, interrogato sul futuro governo, l’operaio spiega che – essendo la vera minaccia e il vero fascismo rappresentati dalla Troika europea – egli auspica un governo M5S-Lega perché, almeno sulla carta, una simile coalizione dovrebbe risultare più oppositiva nei confronti delle imposizioni anti-popolari e anti-proletarie dell’Unione Europea.
Il fatto che il povero Zoro, nell’intervista, non riesca assolutamente a seguire il filo del ragionamento – egli non capisce, cioè, perché la Troika venga definita come fascismo e, soprattutto, perché l’operaio auspichi un governo col “cattivo” Salvini – è decisamente istruttivo. In pratica, la dicotomia destra-sinistra rende oggi impossibile la comprensione, anche ai livelli più basilari ed elementari, delle contraddizioni classe-capitale. Per leggere queste ultime, dobbiamo ascoltare un operaio che esprime – come in questa intervista – il proprio punto di vista in maniera autonoma da destra, da sinistra, dagli schieramenti politici.
Il fatto che le formazioni populiste – Lega, M5S, Front National e così via – rappresentino risposte inadeguate alla complessità della fase e che, molto probabilmente, esse alla fine tradiranno gli enunciati cavalcati in campagna elettorale, non sposta d’una virgola la sostanza di quello che sta accadendo e che potremmo così riassumere:
a) l’agenda politica populista, pur tra molte e gravi contaminazioni con l’ideologia neoliberista-padronale, esprime nei suoi tratti essenziali e ricorrenti una strategia elaborata autonomamente dalla classe e, dunque, esprime autonomia operaia;
b) il fatto che le formazioni elettorali che hanno finora raccolto le istanze autonomo-operaie siano inadeguate alla fase, è un motivo in più per collocarsi pienamente entro questo conflitto e per farlo, ai fini di una corretta interpretazione, sostituendo la dicotomia destra-sinistra con la dicotomia classe-capitale.