Su Jacques Attali e la teoria del poliamore (19-08-2014)

Articolo del 19 agosto 2014

Oggi, sulle pagine culturali di Repubblica, c’è un’intervista all’economista Jacques Attali in cui questi afferma che, nel prossimo futuro, la monogamia sarà nulla più che il ricordo d’una passata barbarie.
In assonanza col concetto di networking, secondo Attali si starebbe passando al “netloving”. Quest’ultimo è caratterizzato dalla rigida separazione tra sfera sentimentale e sfera sessuale e, secondo l’economista, finirà per allineare i comportamenti amorosi a tutti gli altri comportamenti del consumo: si cambierà partner grazie a quella stessa compulsività desiderante per la quale oggi si cambia automobile o telefonino.
Ovviamente, queste parole sono musica celestiale per le orecchie di moltissime persone di sinistra. Attali, difatti e altrettanto ovviamente, è legato ai socialisti francesi.
Il punto, però, è che il pensiero di sinistra sta elogiando una dissoluzione della famiglia nel contesto d’una dissoluzione più complessiva dei legami sociali. E questo impone una domanda: nel momento in cui si dissolvono i legami della famiglia e al contempo vengono meno i legami del territorio, della comunità, fra le generazioni e fra i corpi intermedi, quale effetto antropologico e sociale viene a determinarsi?
Semplicemente: l’atomizzazione ulteriore dell’individuo-massa all’interno della baumaniana società liquida. L’individuo è solo e precario dinanzi al mercato del lavoro e, parimenti, è solo e precario dal punto di vista di quei legami che, un tempo, fungevano da rete protettiva dalla nascita sino alla morte. In altre parole, si dissolvono legami non già perché se ne creino di nuovi, ma per lasciare gli individui isolati.
Come al solito, il sogno di emancipazione del pensiero di sinistra coincide quindi col sogno del Capitale: il sogno di uno spazio liscio, nomadico e deterritorializzato dove il flusso economico e la Tecnica possano sostituirsi al mondo e alla società.
Inoltre, vediamo qui l’inverarsi di una convergenza strategica fra le istanze del Sessantotto e la necessità, per il capitalismo, di emanciparsi dal conservatorismo della società tradizionale-patriarcale.
Oggi, il capitalismo è molto più queer e transgender che vetero-patrarcale. O forse sta, lentamente ma decisamente, attuando un processo di femminilizzazione.
D’altronde che il Sessantotto – escludendo le lotte operaie e limitandosi alla fenomenologia culturale-giovanile nonché alla liberazione sessuale – sia stato una rivoluzione di segno capitalista, l’han detto in molti.
Per primo, forse, l’ha intuito Pier Paolo Pasolini.
Poi, ne ha scritto diffusamente Costanzo Preve.
In un’ottica postmoderna, Jean Baudrillard ha infine efficamente sintetizzato la questione, dicendo grosso modo: la Rivoluzione (del ’68) in fondo c’è stata; ma a realizzarla è stato il capitalismo.