Soldati italiani in Lettonia: un attentato alla sovranità popolare (18-10-2016)

Articolo del 18 ottobre 2016

La decisione del Governo Renzi di inviare 140 soldati italiani in Lettonia è gravissima per molte ragioni. Possiamo provare a riassumerle in tre punti:

  • l’incostituzionalità dell’operazione, in quanto essa si svolge entro un contesto aperto a potenziali scenari di guerra aperta, senza che tale tema sia stato preliminarmente affrontato dalle Camere;
  • il contenuto specifico di politica estera, ovvero il rischio effettivo di una guerra aperta che abbia come teatro il continente europeo e che vede l’Italia in contrapposizione a un paese – la Russia – col quale ha importanti rapporti di collaborazione commerciale; tutto questo avviene in ragione del potere direttivo e d’influenza della nazione egemone all’interno della Nato, ovvero gli Stati Uniti, in aperta contrapposizione agli interessi dell’italia e degli altri paesi europei;
  • l’assoluta assenza – al momento in cui scriviamo – di forme d’intervento politico o sociale finalizzate a contrastare questa decisione.

Incostituzionalità
Per quanto riguarda l’incostituzionalità, sappiamo che dal 1990 a oggi il primo comma dell’Articolo 11 della Carta Costituzionale è stato bypassato numerose volte con stratagemmi sempre diversi: vedi, ad esempio, i bizantinismi terminologici come “azione di polizia internazionale”. Sta di fatto che quella parte della Costituzione esclude tanto la guerra d’aggressione, quanto l’azione di guerra preventiva.
Dal momento che i soldati italiani sono stati inviati in Lettonia senza consultazione del Parlamento, è altresì utile ricordare che la guerra – secondo l’Articolo 78 – è materia deliberativa delle Camere e non del Governo. Il fatto che la situazione riguardi una guerra per il momento solo potenziale, non toglie nulla al fatto che il Governo sia andato oltre le proprie prerogative.
Infine, tornando all’Articolo 11, vale la pena ricordare il gigantesco lavoro di mistificazione ideologica messo in atto negli ultimi anni rispetto ai commi 2 e 3, ovvero rispetto alle parti che afferiscono a limitazioni di sovranità nazionale per mantenere la pace fra le nazioni, nonché alla promozione di organizzazioni internazionali preposte a tale scopo.
Mentendo sapendo di mentire, nel 2012 Giorgio Napolitano parlò infatti pubblicamente di questa parte della Carta come della manifestazione d’una “preveggenza”, da parte dei Padri Costituenti, rispetto alla cessione di sovranità all’Unione Europea. In realtà, il contesto internazionale in cui nacque la Costituzione fece sì che le forze politiche trovassero un punto di convergenza nelle Nazioni Unite ed è infatti all’articolo 11 dello Statuto di queste ultime che, esplicitamente, si richiamano i commi 2 e 3 dell’Articolo 11 della Costituzione italiana.
Dunque, se l’Articolo 11 non può essere proposto come giustificazione dei vincoli europei, meno che meno può essere espresso come argomento riguardo agli impegni italiani con la Nato. L’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, oltretutto, neppure vincola materialmente all’intervento militare diretto in caso di attacco a un paese membro: esso enuncia invece che, in caso di aggressione a uno dei membri, ogni paese Nato “assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente l’azione che giudicherà necessaria”.

Una crisi internazionale voluta dagli Stati Uniti, in contrasto con gli interessi dell’Italia e degli altri Stati europei
Come riportato nel mio resoconto sull’incontro pubblico della rivista di geopolitica Limes svoltosi di recente a Bologna, sono le stesse voci filo-occidentaliste e filo-atlantiste ad ammettere, oggi, che la situazione di crisi internazionale sia stata deliberatamente provocata dagli Stati Uniti.
La dottrina di allargamento a Est della Nato, secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, ha avuto una brusca accelerazione in seguito ad accordi bilaterali di collaborazione commerciale stipulati nel 2013 fra Russia e Germania. Per quanto riguarda il fatto che la successiva crisi ucraina sia stata provocata dall’amministrazione americana, è cosa leggibile nelle dichiarazioni dello stesso John Kerry ed è stata enunciata in modo esplicito da Giuseppe Cucchi – per decenni generale di collegamento fra Nato e Italia – durante l’incontro bolognese sopra citato.
Dunque la crisi ucraina e la conseguente guerra di sanzioni e contro-sanzioni determinatasi con la Russia, rappresentano un caso di subordinazione dei paesi europei alle direttive statunitensi, in netto contrasto con gli interessi nazionali. Basti pensare che soltanto l’Italia e le imprese italiane – a causa delle sanzioni incrociate fra UE e Russia e al conseguente blocco dell’export – hanno perso 3,6 miliardi di euro in tre anni. In altre parole, l’eterodirezione americana ha posto i governanti dell’Italia e degli altri paesi europei in posizione di contrasto rispetto agli interessi materiali delle proprie popolazioni.
L’andamento diplomatico della crisi ci suggerisce ove sia collocato il problema e su quale leva sarebbe necessario agire. Le istituzioni eurofederali, in questa circostanza, hanno dimostrato di essere subordinate all’amministrazione americana assai più dei singoli Stati. Nessuna posizione autonoma e nessun distinguo sono stati infatti espressi, nel corso della crisi diplomatica, dai vari Jean-Claude Juncker e Federica Mogherini. Questa vicenda, in altre parole, ha platealmente smentito chi teorizzava la federazione politica dell’Europa come possibilità di autonomizzazione rispetto agli Stati Uniti. Le uniche voci di dissenso sulle sanzioni, al contrario , sono state espresse dai governanti di alcuni Stati-nazione. Tra essi, bisogna onestamente includere anche i tentativi di mediazione con la Russia svolti a suo tempo da Matteo Renzi – seppure dimostratisi, purtroppo, più velleitari che incisivi.
In sintesi, la crisi Nato-Russia è innanzitutto una crisi di sovranità nazionale – e quindi costituzionale e quindi popolare – dell’Italia e degli altri paesi europei. L’Unione Europea, anziché svolgere una funzione di bilanciamento rispetto all’eterodirezione statunitense, sta fungendo da garante delle direttive di quest’ultima.
Il rischio di una guerra aperta avente come teatro il continente europeo, esprime quindi oggi, più che mai, l’urgenza e la necessità che in Italia giunga al potere un governo rivendicante il primato della sovranità costituzionale e nazionale; un governo che, di conseguenza, abbia la forza politica e morale di dire NO agli Stati Uniti, rifiutando il coinvolgimento italiano in qualsiasi progetto militare di questi ultimi. Se l’uscita dalla Nato rientra certamente nelle prospettive di una piena riconquista della sovranità, è altresì importante ricordare come, nell’immediato presente, per rifiutare un coinvolgimento militare non sia comunque necessaria una preliminare fuoriuscita dall’Alleanza; è sufficiente la volontà politica.

L’assenza di opposizione politica e sociale alla possibile guerra, la necessità di colmare questo vuoto
L’invio dei 140 soldati italiani in Lettonia ha suscitato dichiarazioni di condanna da parte di alcune forze parlamentari, vale a dire Sinistra Italiana, Lega Nord e Movimento 5 Stelle.
Al momento in cui scrivo, però, a queste dichiarazioni non risulta siano seguiti annunci d’iniziativa politica.
Le componenti sociali e movimentiste che, in genere, organizzano mobilitazioni di massa contro le guerre, non sono al momento pervenute. La ragione principale è che le costellazioni del pacifismo, dell’antagonismo e così via, sono disponibili a mobilitarsi quando l’interventismo americano coincide con un Presidente del Partito Repubblicano. L’assenza di mobilitazione nei casi degli attacchi americani alla sovranità nazionale della Libia e della Siria – quantunque avessero similarità sul piano giuridico-politico al caso dell’Iraq – hanno dimostrato che alla cultura di sinistra non interessa affatto opporsi alle politiche imperialiste in quanto tali, ma solo riprodurre la  ritualità della contrapposizione destra-sinistra.
Se nessuna formazione politica – per varie ragioni – intende per ora opporsi al coinvolgimento italiano nel progetto militare statunitense, è evidente che qualcuno dovrà colmare questo vuoto.
Oltre a questo e a partire da questo, ritengo occorra altresì ragionare di una coalizione politica e sociale – contro la partecipazione italiana alla missione Nato nel Baltico – che sia la più ampia possibile, che sia scevra da qualsiasi pregiudiziale ideologica e che sia, altresì, aperta e plurale per ciò che riguarda le forme e le modalità della mobilitazione.
Concludo invitando tutti a immaginare possibili iniziative – di dibattito o di mobilitazione – a partire dalle singole città. Iniziative che rivendichino la sovranità imprescindibile della Costituzione e quindi del popolo italiano – della sua aspirazione all’indipendenza e alle relazioni pacifiche – richiedendo l’immediato ritiro del contingente italiano dalla Lettonia.