Parrocchia e crisi della comunità politica (28-09-2014)

Articolo del 28 settembre 2014

Ieri si è svolta la recita della mia compagnia teatrale – Amorevole Compagnia Pneumatica – presso la Parrocchia del Cuore Immacolato di Maria, a Borgo Panigale. C’è stato molto pubblico e molto apprezzamento per lo spettacolo.
A parte questo, era da decenni che non interagivo con un contesto cattolico-ecclesiale e, dunque, sono rimasto estremamente colpito dalla presenza d’un fattore: la comunità.
Persone di differente censo e di differente fascia generazionale (cioè dai bambini agli anziani), che collaboravano alacremente all’organizzazione quotidiana della parrocchia rendendo quest’ultima, di conseguenza, un permanente dispositivo di costituzione comunitaria.
Allora mi sono chiesto: al di fuori degli ambiti religiosi, quali altri dispositivi comunitari possiamo scorgere nell’odierno contesto di atomizzazione sociale?
Devo dire che non me ne sono venuti in mente altri e, pensando alle comunità politiche di cui ho fatto parte per anni, il confronto mi è parso deprimente.
1) la comunità-partito, di cui ho provato a far parte di recente, non credo possa esser più definita tale. Essa è sempre più caratterizzata sul piano del censo, vale a dire con una presenza totalizzante dei ceti medi e medio-alti a netto discapito dei ceti precari e disagiati. Inoltre, le dinamiche della politica professionale hanno sussunto del tutto il preesistente retaggio comunitario: le casalinghe che preparano i tortellini alle feste di partito, in altre parole, agiscono in funzione d’un permanente comitato elettorale e non già per una comunità politica declinantesi nella sfera quotidiana.
2) la comunità autogestione, di cui ho fatto parte per vent’anni buoni, è nata alla fine dei ’70 per rispondere alla crisi della comunità-partito, ma non è mai riuscita a superare un’ingabbiante delimitazione generazionale. Al netto di alcune eccezioni nelle principali metropoli italiane, non può essere infatti definita comunità un’aggregazione sociale – qual è lo spazio autogestito – che sia composta esclusivamente da ventenni e trentenni. Inoltre, la precarietà lavorativa ha ingenerato in questi ambiti devastanti processi di competizione professionale-reddituale, sussumendo prima e dissolvendo poi il preestistente retaggio comunitario.
Non ho scritto questo, ovviamente, per sostenere che la risposta a tutte queste criticità risieda nella parrocchia.
Ho voluto, semplicemente, fare un’osservazione teorico-autobiografica aperta – foriera di domande piuttosto che di risposte – per porla all’attenzione di tutti coloro che ritengono il principio del comunitarismo centrale ai fini della costruzione di un’alternativa allo stato di cose esistente.