Movimento LGBT: è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati

Articolo del 28 dicembre 2016

Nel 1984, uscì la canzone Smalltown Boy dei Bronski Beat e, all’epoca quattordicenne, mi trovai molto in sintonia con quel messaggio volto a stigmatizzare le discriminazioni nei confronti degli omosessuali.
Nel 1993, provai nitida e inequivocabile attrazione erotica per un uomo. Con quest’ultimo non feci nulla, però raccontai ciò che avevo provato a tutti i miei amici senza alcun pudore.
Nel 2000, andai a Roma per partecipare al Gay Pride e la manifestazione mi lasciò sensazioni positive.
Adesso siamo nel 2017 e non sono pentito di alcuna sensazione o azione degli anni precedenti, ma mi rendo conto che quello che sta succedendo non era previsto né dalle canzoni dei Bronski Beat, né dalle mie sporadiche pulsioni omosessuali, né dal sacrosanto rivendicare la liceità dell’amarsi fra persone dello stesso sesso.
Un conto è rivendicare la propria soggettività biopolitica, un conto è affermare che quella specifica soggettività esprima un principio naturale valido per tutti gli altri.
Un conto è rivendicare l’esistenza dell’amore fra persone dello stesso sesso, altra cosa è affermare che la diade uomo-donna non abbia a che fare con la natura.
Un conto è combattere una discriminazione, un conto è proporsi l’obiettivo di un’egemonia sul piano filosofico, ideologico e culturale.
Esattamente questo passaggio – dall’obiettivo politico dei diritti a quello dell’egemonia – ciò che connota il movimento Lgbt da alcuni anni a questa parte.
Ed è a partire da qui – cioè a partire da questo mutamento di obiettivi e di paradigma – che la mia strada e quella di suddetto movimento politico si dividono per, forse, non incontrarsi mai più.
Il tema dell’egemonia filosofica, potremmo dire, non era nei patti. Pertanto, dopo essere stato per tutta la vita a favore delle rivendicazioni Lgbt, mi ritrovo oggi a esse contrapposto.
Affermare che l’identità di genere non abbia a che fare con l’anatomia, penso sia un’assurdità che non accetto per me stesso e che, se avessi figli, mai e poi mai accetterei venisse loro insegnata a scuola. Da genitore, cioè, mi opporrei così come farei per l’insegnamento del creazionismo e di altre improprie ibridazioni fra scienza e ideologia politica.
Sì, perché infatti trovo che siamo di fronte a un caso in cui l’ideologia pretende di piegare la scienza al proprio sistema di assiomi e valori. Affermare che il sentirsi uomo e donna non abbia alcuna relazione con l’essere maschio o femmina alla nascita, trovo sia un tentativo non troppo dissimile da quello di Stalin di dimostrare per via “scientifica” la trasmissibilità genetica delle caratteristiche sociali.
Mi dispiace, movimento Lgbt. Il massimo che posso dire ora, parafrasando De Andrè, è che sia stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.
Posso altresì aggiungere quanto sia stato bello sostenerti, almeno fino a quando non hai preteso di stabilire chi io sia e a cosa corrisponda il mio stato di natura.
E’ stato bello finché, dopo migliaia di anni in cui i poteri tradizionali avevano etichettato l’omosessualità come atto “contro natura”, ti sei messo a operare in maniera speculare e opposta su quel medesimo terreno.