La soggettività operaia e coloro che ne negano l’esistenza (11-11-2016)

Articolo dell’11 novembre 2016

Ieri, commentando l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, quasi tutti i giornali americani hanno parlato di “classe operaia” nei loro titoli. Il New York Times si è espresso con un roboante “la classe operaia ha parlato”, seguito da autocritica.
Gli editorialisti, naturalmente, hanno cercato di limitare la portata della questione affermando che a imporsi è stata solo la classe operaia bianca ma, in realtà, il voto di ispanici e neri per Trump si è mantenuto entro le solite percentuali del partito repubblicano. Dunque, la teoria di un “operaismo razziale” fa acqua da tutte le parti; essa rappresenta, anzi, un disperato quanto maldestro tentativo della sinistra di dissimulare la propria distanza valoriale e cognitiva dai ceti poveri e impoveriti.
Sempre ieri, Bernie Sanders ha annunciato dura opposizione a eventuali politiche razziste ma, al contempo, anche la volontà di collaborare se Trump “è serio nel voler perseguire politiche che migliorino la vita della classe operaia”.
Ora, smettiamo un attimo di discutere su cosa farà o non farà Trump. Riguardo all’ipotesi ch’egli possa rivelarsi una falsa soluzione rispetto ai problemi che ha voluto cavalcare, in fondo siamo quasi tutti abbastanza d’accordo.
Dobbiamo, invece, andare a guardare il vero protagonista di tutta la vicenda che è appunto la classe operaia.
Una medesima dinamica soggettiva e di classe si è infatti materializzata in occasione del voto inglese sul Brexit, in occasione di queste presidenziali americane e, parimenti, si manifesterà nelle elezioni francesi dell’anno prossimo.
Sul piano teorico e analitico, ci sono almeno tre posizioni nemiche della soggettività operaia; posizioni che cercano, sempre più futilmente, di negarne l’esistenza.

 

1) La posizione complottista…
In generale, il complottismo nega l’esistenza dei soggetti sociali facendo tornare la filosofia della storia indietro di tre secoli: per i complottisti, la lotta di classe non è mai esistita e gli unici soggetti storici esistiti ed esistenti sono le èlite. Questa visione fatalista si riverbera, ovviamente, anche nella recente vicenda americana: la manifesta divisione determinatasi in seno alle classe dirigente statunitense (vedi lo scontro fra Obama ed FBI di alcuni giorni fa), automaticamente dimostrerebbe, secondo i complottisti, che il fattore sociale ed elettorale sia stato ininfluente e che tutto sia stato sovra-determinato.
Il complottismo, nel suo procedere per superstizioni, non riesce a cogliere le divisioni in seno alle èlite e considera queste ultime, invece, come un’entità unitaria. Inoltre, l’approssimazione complottista porta a eslcudere che possano determinarsi eventi imprevisti dalla maggioranza delle èlite quali, per l’appunto, il voto sul Brexit e il voto americano: per i complottisti, la storia non ha imprevisti e il suo corso, regolato sempre e solo dall’alto, esclude l’aleatorietà e il principio di concausa.

2) La posizione della sinistra riformista (e delle destre)
Soprattutto in Italia, a partire dagli anni ’90 si è diffusa una panzana anti-scientifica enunciante l’inesistenza delle classi. I semi-colti provavano ad argomentare tale tesi sostenendo che le classi erano scomparse perché non esisteva più la coscienza di classe: una dimostrazione d’ignoranza abissale riguardo alla distinzione marxiana tra classe in sé e classe per sé, nonché riguardo alla sociologia in generale.
Ad ogni modo, l’austerity e la conseguente fine della cetomedizzazione, hanno rivelato come si trattasse di una teoria avente lo stesso fondamento dei Rettiliani o del Drago di Loch Ness.
Oggi, possiamo ribadire come una cosa positiva degli Stati Uniti, risieda nel fatto che in quel paese sia destra che sinistra parlino normalmente e abitualmente di classi sociali; senza, cioè, le superstizioni da Medioevo del dibattito italiano.
In questo perimetro di confutazione, rientrano altresì la narrazione anti-sistema di Movimento 5 Stelle e dintorni, ma anche la narrazione delle varie formazioni di destra: queste narrazioni sono volte a sottrarre qualificazione al piano sociale, sostituendo il concetto di classe con la categoria indistinta di “cittadini”. I processi storici, al contrario, stanno autonomamente portando alla necessità di qualificare e distinguere le movenze e la composizione del sociale; e questo a totale discapito di tutti quegli approcci di generalismo anti-scientifico che vanno da “cittadini” a “moltitudine”.

3) La sinistra cosiddetta “radicale”
La sinistra “radicale” – o almeno una sua parte – sembra intenzionata a voler dimostrare che la classe operaia, nel votare a destra, abbia motivazioni razziste e fasciste. Il cuore dell’argomentazione risiede nella già citata – e mendace – teoria dell’operaismo “razziale”, nonché nel fatto che i lavoratori non condividono minimamente la tesi strategica della sinistra di movimento. Quest’ultima, infatti, da circa tre lustri sostiene che la globalizzazione neoliberista debba essere assecondata al fine di rilanciare welfare e diritti su scala appunto globale.
Operai e disoccupati – molto più intelligenti degli esponenti di questa sinistra – si rendono invece conto della fallacia strategica di tale tesi, del suo essere conforme alle strategie delle multinazionali e di come essa implichi – attraverso la dissoluzione degli stati-nazione e, pertanto, di tutte le normative oggi esistenti di protezione sociale – il rimanere indifesi e disarmati dinanzi alla potenza livellatrice del mercato.
In realtà, tutte le parole d’ordine oggi affluenti che il ceto medio progressista stigmatizza come “di destra” – il protezionismo economico, l’ostilità verso la deregulation sui flussi migratori, il sovranismo a difesa dello stato-nazione – sono istanze popolari che esprimono semplicemente gli interessi collettivi e materiali delle classi povere. Istanze che, non a caso, sono state ampiamente ricorrenti negli enunciati e nelle strategie dei partiti comunisti e socialisti durante il secolo scorso, per poi essere abbandonate in nome dell’ubriacatura filo-globalista. Infatti l’internazionalismo comunista e quello socialista, a differenza dell’attuale globalismo, non proponevano la dissoluzione degli stati-nazione e delle costituzioni entro un Leviatano globale, bensì attribuivano centralità strategica alla sovranità nazionale in quanto leva di potere per i partiti operai.
Il punto è che un proletario, oggi, non può essere d’accordo con l’idea di sinistra di “un mondo senza frontiere”, giacché avverte benissimo come ogni forma di protezione sociale, ogni forma di sovranità popolare, si fondino su un piano costituzionale, dunque nazionale, dunque territoriale.
In questo senso – su questa visione etica e valoriale di confini e territori – si è determinata una frattura totale tra lotta di classe e sinistra. Una frattura che è filosofica prima ancora che politica.

Concludendo…
La scelta operaia di votare a destra, di certo non rappresenta un’alternativa sistemica, di certo è una falsa soluzione. Ma le ragioni di ostilità verso la globalizzazione che determinano quella scelta di voto, sono ragioni tutt’altro che razziste e fasciste. Esse esprimono, al contrario, l’aderenza del lavoro vivo operaio alla propria condizione collettiva-cooperante; condizione che il nichilismo globalista cerca di spazzare via, di ridurre a dimensione liquida e indistinta.
Oggi, la classe operaia – intendendo con “operaia” il lavoro vivo nei processi di produzione del XXI secolo – è di fatto la soggettività autonoma che sta rimodellando l’agenda politica di tutto l’occidente.
La sinistra, in larga misura, sembra aver già deciso d’identificare la working class come nemico e come “pericolo fascista”.
Le destre restano invece lì a trarre vantaggio elettorale da tutto questo, ma senza proporre un’alternativa sistemica e, anzi, distraendo le masse con proclami cosmetici di “legge e ordine”.
Il compito d’interpretare correttamente la fase e di intervenire politicamente, spetta dunque a tutti coloro che perseguono l’obiettivo della sovranità popolare e del potere operaio in autonomia dalle formazioni di destra e sinistra oggi esistenti.