Immigrazione e ideologia dominante: quando le cose richiedono più d’una spiegazione (07-10-2015)

Articolo del 7 ottobre 2015

Faccio due esempi di altrettanti enunciati dell’ideologia dominante che, per essere confutati, necessitano di più gradi d’argomentazione.

1)
Il primo enunciato-esempio recita: gli italiani non fanno più figli; dunque, per sostenere il sistema previdenziale e sanitario, abbiamo bisogno di milioni di immigrati in più.
Dinanzi a questo slogan noi – working class e ceto medio impoverito – siamo tutti impotenti. Non perché lo slogan affermi il giusto ma perché, al fine di confutarlo sul piano etico e politico, sono necessari almeno due livelli di argomentazione.
– Primo livello: in effetti sì, negli ultimi quarant’anni si è diffusa una cultura tendenzialmente ostile alla riproduzione e, per averne riprova, è sufficiente fare un sondaggio presso i ventenni e quindi registrare in quale percentuale essi rispondano “non farò mai figli nella vita”; si tratterà, difatti, d’una percentuale elevatissima.
– Secondo livello: eppure, malgrado quanto appena detto, è anche vero che l’ingresso tardivo nel mondo del lavoro – e l’ancor più tardivo passaggio dai “lavoretti” a una forma di precariato contrattualizzata – sottraggono desiderio, motivazione e possibilità concreta alla facoltà dei giovani di generare figli.

2)
Il secondo enunciato-esempio, invece, è quello che recita i migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare.
Anche qui si è impotenti, giacché la confutazione dello slogan richiede almeno due passaggi argomentativi.
– Primo passaggio: in effetti sì, per tutti gli anni ’90 e buona parte del primo decennio dei Duemila, il settore col tasso di crescita percentuale più elevato fra gli ingressi nel mercato del lavoro, è stato quello dei mestieri creativi/cognitivi a discapito dei lavori usuranti. Infatti, era l’epoca in cui si parlava di “economia della conoscenza”, “classe creativa” e altre categorie che poi si sarebbero rivelate – in seguito alla crisi 2007-2008 – nulla più che suggestione poetica o, per dirla più brutalmente, pura e semplice fuffa.
– Secondo passaggio: d’altro canto, la tesi degli “italiani che non vogliono più fare certi lavori” può essere sì considerata valida per i due decenni sopra citati, ma non è più, nella maniera più assoluta, applicabile al contesto odierno. La situazione è difatti mutata profondamente e, per averne riprova, è sufficiente essere italiani, andare a cercare un lavoro “umile” e riscontrarne, quindi, l’evidente scarsità (ovviamente, chi scrive parla per esperienza diretta). Le uniche prestazioni che il mercato del lavoro oggi richiede – anzi, delle quali vi è carenza – sono quelle tecnico-manuali a elevato grado di specializzazione.

3)
Conclusione: quando i fenomeni storico-sociali richiedono spiegazioni complesse, semplificare a fini comunicativi costituisce un errore strategico. Sul terreno della semplificazione, l’ideologia dominante vince sempre: vuoi per maggiore potenza di fuoco (controllo dei media), vuoi perché qualunque cosa suddetta ideologia enunci viene venduta come innovazione, come un “guardare avanti”; e tutto ciò che si contrappone è facilmente stigmatizzabile, grazie a questa retorica neo-moderna e neo-futurista, come un “guardare indietro”.
Pertanto, occorre svolgere un lavoro lento e pedagogico che abitui le platee fisiche e telematiche alle argomentazioni pluristratificate, al ragionamento lungo e articolato, all’applicazione di rigore epistemologico nel momento in cui si deve assumere o confutare un dato concetto.
Altra strada, per combattere l’ideologia dominante, credo non sia percorribile.