Come l’antiberlusconismo tornò utile ai nemici della Costituzione (28-11-2013)

Articolo del 28 novembre 2013

Ci sono ragioni per pensare che, stavolta, il ciclo politico di Silvio Berlusconi possa essersi davvero concluso. Ovviamente, come tante volte dal ‘96 a oggi, questa valutazione potrebbe invece rivelarsi errata. Ipotizzando però che il capolinea sia arrivato davvero, cosa rimarrà di quel sistema concettuale e valoriale che è stato l’antiberlusconismo? E soprattutto: quali alibi rimarranno, senza più Berlusconi, per giustificare le politiche che, da due anni a questa parte, stanno concretamente demolendo la Costituzione?
La mia tesi, infatti, è che l’antiberlusconismo – al pari del berlusconismo stesso – abbia lasciato dietro di sé macerie sia culturali che politiche. Esso è stato, soprattutto, il dispositivo ideologico di copertura per tutte le politiche liberiste/globaliste – soprattutto recenti – che hanno modificato o esautorato decine e decine di Articoli della Carta Costituzionale.

L’aspetto paradossale della vicenda è che la difesa della Costituzione, invece, è stata per l’antiberlusconismo collante nonché principio fondativo. L’analisi diffusa nell’opinione pubblica di sinistra, difatti, constava della seguente tesi: Berlusconi esprime – per la sua rete di legami e per le sue ricorrenti enunciazioni – una continuità con il Piano di Rinascita Democratica della P2. Quest’ultimo, com’è noto, mirava a modificare la Carta in una direzione liberista sul piano socio-economico e presidenzialista sul piano della forma istituzionale.
Dunque, Berlusconi e il suo progetto politico sono stati identificati, per vent’anni, come una minaccia costante alla Costituzione. L’antiberlusconismo, in quanto categoria politica, nacque infatti con un’imponente manifestazione sindacale a Milano, il 25 aprile 1995, in cui la parola d’ordine constava appunto del difendere l’ordine costituzionale da un manipolo di eversori che aveva assunto il governo dell’Italia. Di lì in avanti, il tema costituzionale rimase la costante dell’antiberlusconismo: basti pensare a gruppi come Articolo 21 nonché alle ricorrenti dichiarazioni di allarme della sinistra partitica, sindacale e di movimento.

La domanda di partenza allora è: la tesi di fondo dell’antiberlusconismo era corretta? Il progetto berlusconiano, cioè, era effettivamente ostile alla Costituzione? Ebbene, la risposta non può che essere affermativa. La continuità ideale e politica con la Loggia P2 era un fatto attestato dalla rete di legami in cui si era strutturato il progetto di Forza Italia e, soprattutto, essa era esplicitata nelle ricorrenti dichiarazioni di Berlusconi in persona: dichiarazioni d’intenti ripetutesi nel corso degli anni e auspicanti modifiche costituzionali atte a trasferire il potere legislativo dal Parlamento al Governo. Come sappiamo, però, i governi berlusconiani non riuscirono mai a determinare i rapporti di forza o le condizioni politiche per poter essere conseguenti a queste enunciazioni.

È allora una tragica beffa della storia che, oggi, quella stessa opinione pubblica che è scesa in piazza per vent’anni a “difendere la Costituzione da Berlusconi” applauda la fine di quest’ultimo rimanendo, però, semi-indifferente alla destrutturazione costituzionale in atto.  Osserviamo, in questa fascia di opinione pubblica, un’inquietante mescolanza di ottusità e connivenza, una negazione dell’evidenza talmente smaccata  che, più che indignarsi, talora si rimane sbalorditi.
Giusto un esempio: pochi giorni dopo l’approvazione della Riforma Fornero, nel corso d’un dibattito pubblico, ascoltai un dirigente della Cgil pronunciare, quasi alla lettera, le seguenti parole: “Beh, il Governo Monti non è che ci piaccia granché. Prima, però, avevamo un governo eversivo, che tendeva a minare le fondamenta della Costituzione. Adesso, almeno, questa minaccia costituzionale non ce l’abbiamo”.
Ecco, credo che queste parole fotografino esaustivamente la situazione. Esse riassumono, cioè, la perdita di lucidità del campo politico e culturale (un tempo?) noto come sinistra. La Costituzione nata dalla Resistenza oggi non soltanto è minacciata, ma è divenuta – per ciò che concerne almeno una ventina di Articoli – materialmente ineffettiva. Una delle motivazioni per cui l’opinione pubblica riusciva a percepire la minaccia berlusconiana (espressa, ricordiamolo, solo a livello di intenti) e non riesce oggi a vedere un’eversione costituzionale in atto, consta del fatto che il progetto berlusconiano aveva una matrice in qualche modo “nazionalista”, mentre il processo eversivo avviato dalle oligarchie economiche dominanti tanto la UE quanto i singoli Stati nazionali è invece di tipo sovranazionale e, pertanto, oscurato dal dibattito politico e mediatico di qualsivoglia colore.

Politicamente e culturalmente, Berlusconi propugnava il liberismo. Questo ha fatto credere a molti, erroneamente, che combattere l’Uomo di Arcore significasse combattere il capitalismo in quanto tale. In realtà, il “liberismo” berlusconiano è stato un fenomeno vetero-nazionalista, composto da quei rane e rospi della P2 che, senza più la Guerra Fredda, avevano perduto lo stagno in cui sguazzare (a riguardo, sulla perdita di peso della P2, vale la pena leggere l’analisi storiografica del politologo Giorgio Galli).
Partendo da questa premessa, è allora utile prendere in considerazione il lavoro teorico-politico dello studioso (post)marxista Gianfranco La Grassa. Secondo quest’ultimo, venuto meno nell’89 l’equilibrio bipolare del mondo, nei primi anni ’90 l’Italia fu oggetto di una precisa strategia capitalista: sia da parte degli Stati Uniti, sia da parte di quell’èlite tecnocratica che stava dirigendo la nascita dell’Unione Europea. Questa strategia – spesso sintetizzata simbolicamente nella famosa riunione sul panfilo Britannia – constava di un rimodellamento generale del sistema-Italia a partire, innanzitutto, dalla svendita delle grandi aziende partecipate (esattamente il programma prioritario dell’attuale Governo Letta).
In quest’ottica, la discesa in campo di Berlusconi nel ’94 rappresentò un imprevisto, un fattore d’ostacolo e rallentamento atto a determinare, secondo la definizione di La Grassa, una sorta di ventennio d’attesa. Suddetto ventennio non si sarebbe affatto concluso il 27 novembre 2013 con il voto della decadenza al Senato, bensì due anni prima, cioè con l’avvento del Governo Monti e quindi con la piena attuazione di quel disegno liberista concepito nei primi anni ‘90.

Ritengo quest’analisi storiografica di La Grassa certamente condivisibile, seppure carente in un punto, ovvero nel non menzionare il fatto che durante il ventennio d’attesa vi fu una fase d’eccezione, vale a dire il secondo governo Berlusconi del periodo 2001-2006.
In quella fase, infatti, il capitalismo internazionale considerò – seppure per periodo molto breve – Berlusconi come organico e parzialmente affidabile.
Fu il periodo in cui il fondatore della Fininvest assunse il controllo di Confindustria tramite la presidenza D’Amato, in cui riuscì a ottenere l’endorsement elettorale di Gianni Agnelli e in cui, infine, ebbe modo di costruire solide alleanze con altri leader occidentali (soprattutto la Spagna di Aznar e l’America di Bush).
Pertanto, onde evitare la tentazione di revisionismi apologetici volti a tratteggiarlo come “il nemico dei poteri forti”, dobbiamo ricordare che nei primi anni duemila Berlusconi fu totalmente al servizio del capitalismo internazionale e, dalla Legge Biagi in giù, la sua politica fu genuina espressione del liberismo globalista.
Una volta chiarito questo, possiamo dire che l’inizio del berlusconismo e soprattutto il suo periodo finale furono – magari, in parte, anche grazie alla promozione dell’economia sommersa nonché al rapporto con le mafie – ostacolo e sospensione del progetto elaborato dalla cricca del Britannia. E possiamo altresì aggiungere che Berlusconi e i berlusconiani- a differenza di una buona fetta di dirigenza del centrosinistra – sono sempre stati percepiti come una marmaglia impresentabile da parte di cenacoli ristretti tipo Bilderberg e dintorni.

Come sostenevo sopra, quindi, il berlusconismo è finito nel novembre 2011 con l’avvento di Monti, ovvero con l’assunzione diretta del controllo dello Stato da parte delle èlite economiche internazionali.
Tornando alla già menzionata carenza di lucidità dell’opinione pubblica di sinistra, abbiamo visto quest’ultima, negli ultimi due anni, continuare a focalizzare la propria rabbia solo ed esclusivamente su Berlusconi e rimanere, al contempo, del tutto incurante rispetto ai disastri provocati da Monti sul piano dell’impoverimento di massa, dell’aumento di disoccupazione, della distruzione nel tessuto produttivo delle piccole-medie imprese.
Ma l’aspetto più incredibile e più inquietante, riguarda l’indifferenza verso gli attacchi realizzati e in procinto di realizzarsi nei confronti della Costituzione.

Per quanto riguarda quelli già realizzati (Governo Monti), riassumiamo sommariamente:

  • la modifica dell’Articolo 81 che impone allo Stato di non superare il 3% nel deficit di bilancio;
  • la modifica degli Articoli 117 e 119 che sottrae autonomia di bilancio alle Regioni in nome de “l‘osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”;
  • l’approvazione il 20 luglio 2012 del fiscal compact, ovvero un programma atto a portare il debito pubblico dal 120 al 60% rispetto al PIL nei prossimi vent’anni; come rilevato da molti commentatori, il rispetto di tale vincolo necessita un taglio di spesa pubblica che dovrà, per forza di cose, incentrarsi sul welfare state e questo significa, in prospettiva, la piena ineffettività – come minimo – degli Articoli 3 (rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale), 4 (diritto al lavoro), 32 (diritto alla salute), 34 (diritto all’istruzione), 35 (tutela del lavoro), 37 (tutela della donna lavoratrice e dei minori), 38 (diritto all’assistenza, alla previdenza e alla sicurezza sociali).

Per quanto riguarda le modifiche in procinto di realizzarsi (Governo Letta), l’elenco sarebbe molto più esteso. Limitiamoci a ricordare:

  • la modifica del Titolo II della Costituzione – relativa alla forma istituzionale dello Stato – con l’obiettivo di passare dalla repubblica parlamentare a quella presidenziale;
  • la modifica dell’intero Titolo V – ovvero l’insieme degli Articoli riguardanti gli Enti Locali – al fine di deprivare questi ultimi d’ogni capacità di spesa, con tutto ciò che ne consegue in termini distruttivi rispetto a scuola, sanità e servizi sociali;
  • last but not least, gli Articoli che disciplinano le politiche economiche e, su tutti, quell’Articolo 41 i cui principi di disciplinamento statale dell’economia ai fini del bene collettivo rappresentano – come ricordato più volte da Stefano D’Andrea – la perfetta antitesi del Trattato di Maastricht e, specificamente, dell’articolo 26 di quest’ultimo relativo alla circolazione incontrollata di capitali.

Orbene, non saremmo arrivati a questo senza potenti e puntuali dispositivi ideologici che consentissero, per tutto questo tempo, di focalizzare l’attenzione altrove. Il principale di questi dispositivi è stato, come dicevo all’inizio, l’antiberlusconismo. Ovvero l’incapacità e la non volontà, da parte dell’opinione pubblica più o meno di sinistra, più o meno progressista, d’interpretare chi e che cosa sia, oggi, il sistema capitalista.
Negli ultimi mesi, però, una parte di quel campo sceso in piazza negli ultimi vent’anni “per difendere la Costituzione da Berlusconi” ha fatto sentire la propria voce contro i propositi di stravolgimento della Carta espressi dall’attuale governo: giuristi come Rodotà e Zagrebelsky, l’Anpi, la Fiom e infine il Movimento 5 Stelle (quest’ultimo, a dire il vero, attaccava la Costituzione fino all’altro ieri, ma tant’è).

C’è speranza, quindi?
No. Per ora, senza un mutamento di paradigma, questo non è possibile affermarlo.
Nessuno dei soggetti citati, infatti, ha saputo o voluto dire da chi la Costituzione sia minacciata. Il Governo Letta, al pari del predecessore, segue direttive di destrutturazione costituzionale – o per meglio dire di attacco al costituzionalismo in quanto tale – che sono in atto anche in altri paesi europei: Grecia, Spagna e Portogallo.
Insomma, non si può gridare in piazza “stanno uccidendo la Costituzione” senza però avere il coraggio di menzionare il mandante. Ebbene, sulla base di dichiarazioni e documenti ufficiali (tra cui la nota lettera inviata dalla BCE al governo italiano nel settembre 2011) quel mandante si chiama Commissione Europea, Banca Centrale Europea e, in sintesi, l’èlite liberista al comando dell’Unione Europea.
L’identificazione del nemico spetta dunque a chi ha compreso come l’unico fondamento giuridico e politico della sovranità popolare risieda nel costituzionalismo. Dal momento che però le Costituzioni sono espresse dagli Stati-nazione, nello scontro sociale in atto fra popolazione e oligarchie economiche è necessario un punto fermo: sovranità popolare e sovranità nazionale sono, oggi più che mai, categorie indissolubili.

Se Berlusconi uscirà di scena, nessuno avrà a quel punto più alibi per giusitificare silenzio e connivenza dinanzi a questi temi.