MISERIA DEL COMPLOTTISMO

Il seguente intervento è parte di una coppia di articoli. Va dunque letto insieme al suo omologo Miseria dell’anticomplottismo.

Una premessa per entrambi gli articoli

Complottismo e anticomplottismo, innanzitutto, non soindexno ideologie bensì costellazioni ideologiche che, da una parte, risultano estremamente eterogenee nella loro composizione interna e, dall’altra, stanno col passare del tempo acquisendo tratti politici e valoriali sempre più definiti.
Entrambe le costellazioni ideologiche hanno altresì in comune tre aspetti:
a) sono figlie del Web 2.0 e, precisamente, delle modalità proprie e specifiche di trasmissione ed espressione che quest’ultimo ha sviluppato;
b) rappresentano la fenomenologia di nuove forme di polarizzazione ideologica, che stanno soppiantando quelle del secolo scorso; a differenza di quelle del Novecento, però, le nuove polarizzazioni non afferiscono ad alcun pensiero sistematico né ad alcuna filosofia politica strutturata;
c) come cercherò di argomentare nei due articoli, entrambe le polarità sono funzionali alla riproduzione dell’ideologia dominante.

Data simbolica d’inizio: 11 settembre 2001

Le teorie cospirative, ovviamente, esistono da sempre ma la loro configurazione attuale di forma mentis opposta all’ideologia dominante e all’informazione mainstream – nonché di costellazione ideologica di massa – è cosa molto recente e alla quale potremmo attribuire un inizio simbolico con gli eventi dell’11 settembre 2001.
imagesSubito dopo l’attentato alle Twin Towers, infatti, per milioni di persone si palesò il sospetto che la fine della Guerra Fredda potesse aver portato via con sé anche un certo equilibrio dialettico fra propagande opposte che sussisteva, un tempo, sul terreno della politica estera. Nel momento in cui veniva quindi a delinearsi in Occidente un unico e univoco piano di propaganda istituzionale, i media mainstream cominciarono a essere percepiti, da una massa crescente di persone, come del tutto inaffidabili. Questa convinzione fu altresì facilitata, nei giorni immediatamente successivi all’11/09, grazie a due fattori:
a) le primissime reazioni da parte del mainstream alla tesi dell’inside job: suddetta tesi, nei primi tempi, non veniva confutata nel merito ma solo respinta in termini aprioristici (“e quindi? cosa vorreste dire? che si sono fatti l’attentato da soli?”);
b) la digitalizzazione di massa e la conseguente trasformazione di milioni di persone dal ruolo di utenti a quello di prosumer dell’informazione: la partecipazione diretta al flusso informativo ha fatto sì che si propagasse la superficiale convinzione che il web possa essere un contropotere sul piano dell’informazione, dunque maggiormente affidabile rispetto al mainstream in quanto non direttamente condizionato.

Il complottismo e il Leviatanoindex

La funzionalità del complottismo al mantenimento dello status quo è argomentabile in diversi modi. L’aspetto che immediatamente salta agli occhi, è certamente quello inerente alla semplificazione della complessità.
In teoria, infatti, svelare le strategie che il potere cerca di occultare dovrebbe essere un imperativo etico indiscutibile. A maggior ragione per chi risiede in un paese come l’Italia, funestato per decenni da stragi contro la popolazione civile orchestrate da apparati dello Stato. Ma questa nobile intenzione si rovescia nel suo esatto opposto quando l’obiettivo non è l’indagine, bensì una semplificazione che corrisponda al bisogno di sicurezze e verità preconfezionate.
Il primo aspetto deteriore del complottismo, infatti, consta del considerare il potere come un’entità intrinsecamente unitaria, compatta, priva di contraddizioni; in definitiva, il Leviatano di hobbesiana memoria.

Gruppo Bilderberg, ovvero la specularità dell’idiozia

Un esempio di specularità nell’idiozia che unisce complottismo e anticomplottismo, può esserci fornito dai due approcci al noto tema del Gruppo Bilderberg.
bilderbergLa costellazione anticomplottista negava fino a poco tempo fa la stessa esistenza di quest’ultimo, per poi ritrovarsi smentita negli ultimi tre anni allorché – grazie anche alla pressione della Rete – il Bilderberg ha messo in piedi un ufficio stampa con tanto di comunicati ufficiali e lista degli invitati.
D’altro canto, i complottisti propagandano con categorica certezza la tesi secondo cui il Bilderberg governerebbe il mondo. Ora, innanzitutto la semi-totale assenza di russi e cinesi fra gli elenchi degli invitati indica che, tutt’al più, il Bilderberg potrebbe governare l’Occidente (il complottismo, infatti, nega l’evidenza d’un mondo multipolare e sostiene la tesi d’una raggiunta unipolarità sostanziata nella sigla NWO). Inoltre, dal momento che si tratta di incontri a porte chiuse e dal contenuto riservato, non c’è modo di sapere se lo scopo del Bilderberg sia quello di determinare indirizzi politici oppure se esso svolga, come ipotizzato da Giulietto Chiesa, una funzione meramente consultiva.
Il punto è che, enunciando un generico “governo del mondo”, passa in secondo piano quella che potrebbe essere invece la denuncia politica più evidente ed efficace: ovvero il fatto che dei politici occidentali – eletti con suffragio universale in istituzioni teoricamente basate sulla sovranità popolare – incontrino esponenti delle multinazionali e della finanza non già in ambiti istituzionali, bensì in consessi a porte chiuse.

Piano Kalergi: come “buttarla in caciara” dinanzi a una strategia capitalista

Un altro esempio di come il complottismo tenda a semplificare – o per meglio dire a “buttarla in caciara” – ce lo fornisce l’analisi delle strategie capitaliste intorno al tema dell’immigrazione.
Raccogliendo le dichiarazioni di esponenti politici italiani ed europei rilasciate solokalergi-draghi negli ultimi mesi durante l’emergenza dei “rifugiati” (Angelino Alfano, Massimo D’Alema, Carlo Padoan, Sigmar Gabriel e tanti altri), risulta esplicita e senza infingimenti una strategia politico-demografica che non riguarda in alcun modo la solidarietà e l’emergenza umanitaria: secondo suddette dichiarazioni, i migranti servono all’Europa – in proporzioni di parecchi milioni – in quanto capitale umano a basso costo. Praticamente le stesse, identiche tesi che al tempo furono proprie del colonialismo; con la sola differenza che i governanti europei, stavolta, sembra che le colonie intendano costruirsele in casa.
Orbene, dinanzi a dichiarazioni ufficiali e istituzionali così chiare ed esplicite, il complottismo non trova di meglio che rilanciare in Rete un fantomatico Piano Kalergi, ovvero le teorie elaborate negli anni ’20 da un diplomatico austriaco di nome Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi: questi sosteneva la necessità di operare, attraverso immigrazione massiccia, una sostituzione demografica della forza-lavoro nell’ambito di un’Europa unificata. Il problema è che il signor Kalergi scrisse queste cose quasi un secolo fa e – a parte un premio importante che porta il suo nome – non esistono prove significative del fatto che queste teorie abbiano avuto una qualche influenza continuativa e diretta nei decenni successivi. Kalergi potrebbe essere stato solo un intuitivo anticipatore, insomma, non l’architetto d’una strategia operante dagli anni ’20 sino a oggi.
Quindi, pur in presenza di dichiarazioni politiche ufficiali che oggi parlano chiaro e tondo di sostituzione demografica, il complottismo preferisce parlare degli anni ’20; preferisce, cioè, parlare del passato al fine di propagandare l’amata idea d’un potere unico, unitario, compatto e leviatanico che porta avanti da secoli, indisturbato, la medesima strategia.

Il complottismo contro l’epistemologia

L’altro aspetto deteriore del complottismo, è quello inerente alla negazione dei principi base dell’epistemologia.
3935403Il complottismo non cerca verità, ma risponde al bisogno umano di aggrapparsi a delle sicurezze dinanzi al caos e al disorientamento del tempo presente. Di conseguenza, una tesi non viene mai analizzata mettendola al vaglio del dubbio (scetticismo cartesiano), né al vaglio degli elementi che potrebbero smentirla (falsificazionismo popperiano). No, la tesi complottista viene quasi sempre elaborata selezionando e circoscrivendo solo ed esclusivamente quei dati e quei fattori che possano fornire conferma agli enunciati di partenza; mutuando il termine dalla psicologia, possiamo quindi affermare che il complottismo funziona attraverso un pensiero selettivo, atto a escludere cognitivamente tutto ciò che possa incrinare quella certezza che l’individuo ha deciso aprioristicamente di assumere (un apriori ch’è dovuto, in definitiva, alla mera fascinazione emotiva nei confronti d’una data narrazione).
In questo senso la funzione del complottismo è, molto semplicemente, quella di limitare la capacità critica dell’essere umano, erigere la superficialità a modello e la pigrizia nei confronti dello studio a metodo.

Il complottismo contro Hegel, ovvero la negazione della soggettività

I due aspetti sopra descritti – l’interpretazione del potere come entità unitaria e la negazione dell’epistemologia – sono piuttosto ricorrenti nelle critiche rivolte alla costellazione complottista. Tuttavia, l’aspetto che disvela fino in fondo la connivenza del complottismo con l’ideologia dominante – che ne palesa la natura oscurantista e reazionaria – viene rilevato piuttosto di rado. Suddetto aspetto consta della negazione della soggettività sociale.
Secondo un’ampia parte del complottismo, classi e blocchi sociali non possono costituirsi in soggetto storico e politico perché – tanto nella storia passata quanto in quella presente – ogni movimento di massa, ogni mobilitazione di classe, sono stati e sono tutt’ora eterodiretti dalle èlite. Ripeto: qui, su questo specifico aspetto, il complottismo rivela la sua funzione di servizio al potere costituito.
Seguendo il metodo anti-epistemologico sopra descritto e cioè incurante della scienza storiografica e della comparazione delle fonti, il complottismo sostiene infatti che tutti i movimenti sociali e di massa – comunismo, socialismo, fascismo, anarchismo – siano stati creati dalle èlite: i massoni, gli Illuminati, i Savi di Sion o quel che è.
Parimenti, tutti i movimenti di protesta e di piazza oggi esistenti al mondo – liberali, george-sorosmarxisti, anarchici, neonazisti – secondo i complottisti sarebbero finanziati dall’Open Society Institute di George Soros.
Ecco palesarsi, dunque, il già citato paradigma del pensiero selettivo. Difatti, si parte da un dato di fatto certamente reale: Soros finanzia per davvero movimenti di protesta in tutto il mondo; perlopiù, sostiene movimenti liberali finalizzati ad abbattere governi di paesi che si trovino in contrasto geopolitico con gli Stati Uniti; ma vi sono anche relazioni poco chiare con la sinistra antagonista americana vedi, per esempio, l’elogio pubblico da parte di Soros nei confronti d’un movimento nominalmente anti-capitalista come Occupy Wall Street.
Il punto, però, è che non ci sono prove né indizi che suddette relazioni riguardino, ad esempio, anche i movimenti antagonisti europei; meno che meno, poi, che riguardino le componenti anarco-spontaneiste di questi ultimi; ancor meno, soprattutto, vi sono indizi di relazione per quanto riguarda movimenti sindacali o incentrati su rivendicazioni di welfare e lavoro.
operai-011Ma prove e fonti non contano: per il complottismo, conta solo dirci che la sollevazione di piazza, la presa di coscienza di massa, non sono possibili nel presente né sono mai esistite nel passato. E così 150 anni di movimento operaio – con lotte violentissime che hanno polarizzato il mondo intero e con tanti, tantissimi morti – vengono ridotte alla barzelletta d’un conflitto-finzione ideato da massoni, Illuminati e quant’altro.
L’idea che la soggettività sociale, di massa o di classe non possa esistere, è in effetti la quintessenza del pensiero reazionario. Negare l’esistenza della soggettività significa, in sintesi, promuovere la rassegnazione, stimolare la desistenza fatalistica e, in ultima istanza, elevare l’atto di scrivere sul web a unica forma di attivismo politico possibile.
imagescccTutto questo significa, altresì, far retrocedere il pensiero umano di oltre due secoli, ovvero a una fase anteriore alla filosofia di Hegel. Fu infatti l’autore di Fenomenologia dello Spirito a teorizzare che, quantunque guidata da condottieri, sia l’umanità in quanto tale a essere generatrice della storia; che, in altre parole, siano gli esseri umani come specie – e dunque anche i popoli, non solo le èlite – a realizzare la propria natura realizzando la storia. E fu grazie a questo filosofema hegeliano che, successivamente, Marx poté ipotizzare e profetizzare che gli ultimi nella scala sociale – gli operai – sarebbero potuti diventare soggetto storico.
Chiunque abbia partecipato, anche minimamente, a conflitti riguardanti la relazione tra Capitale, Stato e Lavoro, ha avuto modo d’individuare la natura intrinsecamente autonoma del conflitto di classe. Per quanto partiti, sindacati e avanguardie abbiano sempre svolto strategie, funzioni direttive e/o di mediazione intorno a tale conflitto, esiste e permane una datità sostanziale, un’oggettività ontologica dell’essere umano quando, in maniera concatenata e cooperante, scende in lotta contro il potere costituito.
Ripeto: basta averlo esperito anche solo sporadicamente. E allora non è un caso se i complottisti che scrivono su Internet riguardo all’inesistenza passata e presente della lotta di classe siano, prevalentemente, persone che non hanno mai partecipato a un conflitto sociale in vita loro.
Del resto, un altro elemento caratteristico del complottismo e della politica 2.0 nel suo complesso, è la tendenza infantilistica a declamare la “rivoluzione” senza essere disposti a rischiare non dico la vita, non dico la prigione, ma neppure una manganellata. Il complottismo è, in questo senso, la materializzazione ultimativa della antropologia “da tastiera”.

Una conclusione per entrambi gli articoli

Complottismo e anticomplottismo vanno parimenti combattuti in quantourl espressioni – a volte inconsapevoli, a volte in malafede – dell’ideologia dominante. Il complottismo è un approccio critico all’esistente che però, negando l’esistenza della soggettività sociale, propaga una visione fatalistica e dunque desistente. L’anticomplottismo, invece, è strumento ideologico diretto dello stato di cose esistente, in quanto la sua funzione consta del negare e attribuire qualifica di “destra” all’idea che le èlite economiche, in questa fase storica, abbiano una preminenza strategica.
L’unica soluzione per uscire da questa polarizzazione ideologica che blocca il libero sviluppo della teoria critica, è quella di analizzare le cosiddette teorie del complotto caso per caso e senza pregiudizi.
Infine e soprattutto, è necessario rivendicare il primato dell’analisi politica – riguardante i rapporti di classe e le strategie di potere – nei confronti tanto dei media mainstream quanto dell’informazione 2.0.

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